Andrea Frediani.
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I 300 di Roma.
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Newton Compton Editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Nel 477 a.C. - circa trent'anni dopo la cacciata dei re etruschi e la nascita della Repubblica romana, e solo tre anni dopo il sacrificio dei trecento spartani di Leonida alle Termopili - secondo la tradizione, trecentosei Romani appartenenti alla famiglia dei Fabi, furono massacrati fino all'ultimo uomo dagli Etruschi di Veio, proprio come i loro contemporanei Greci. Una delle gentes pi prestigiose degli albori della storia dell'Urbe rischi cos di estinguersi, tanto che per diversi anni, nelle liste dei consoli, non comparve pi alcun membro della famiglia, e il giorno della sconfitta entr nel calendario romano come nefasto. L'episodio non  dunque solo leggenda, sebbene le fonti dell'epoca e posteriori si siano sforzate di creare quante pi similitudini possibili con la pi celebre battaglia delle Termopili.
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PROLOGO.
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Roma, 479 a.C.
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Il console Cesone Fabio Vibulano sent correre lungo la schiena brividi d'emozione. Lui che aveva affrontato in battaglia Etruschi, Volsci, Equi, Sabini, visto morire un fratello in combattimento, rivestito la suprema magistratura dello Stato per ben due volte, guidato intere legioni, ora temeva le conseguenze dell'annuncio che stava per fare al Senato di Roma, e le reazioni dei patrizi invidiosi del predominio della sua famiglia.
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Ferm per un istante gli occhi sul fratello, assiso sulle gradinate della Curia in mezzo agli altri senatori, lui che era stato a sua volta console in due occasioni. Marco Fabio Vibulano gli restitu lo sguardo e annu impercettibilmente col capo, esortandolo a dichiarare quanto avevano stabilito insieme per rispettare e onorare la memoria del loro fratello Quinto Fabio Vibulano. Cesone deglut, senza riuscire a togliersi dalla mente il conflitto che si era verificato in Senato solo poche settimane prima, quando aveva proposto la distribuzione delle terre sottratte ai nemici dell'area laziale a coloro che avevano combattuto. L'avevano stroncato subito, rimproverandogli di volersi accattivare le simpatie della plebe per creare una vera e propria tirannia, e il senatore Tito Menenio Agrippa era addirittura arrivato a proporre una mozione per rimuoverlo dal consolato. Solo il sostegno degli aderenti alla gens dei Fabi gli aveva permesso di cavarsela.
Stavolta, per, rischiava ancora di pi.
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L'altro console, Tito Virginio Tricosto Rutilio, stava finendo di esporre ai padri coscritti la situazione sui vari fronti di guerra dell'Urbe. Ed erano tanti: Roma era circondata e continuamente minacciata dai nemici - Etruschi e Veienti in particolare, Volsci ed Equi, e poi i Sabini - e questo avrebbe senza dubbio giocato a favore della proposta dei Fabi. Senza saperlo, dunque, il suo collega gli stava preparando il terreno.
Non appena il magistrato termin, il moderatore dispose che anche Cesone esponesse la sua relazione. Il console cerc di assumere un'espressione determinata e si schiar la voce, sperando di essere in grado di mantenerla salda e senza alcun tremolio che tradisse la sua ansia. Allora pi che mai, avrebbe desiderato che per quell'anno il consolato fosse toccato a suo fratello.
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Padri coscritti, esord,  inutile che aggiunga altre parole per rafforzare quanto esposto nel migliore dei modi dal mio illustre collega: la situazione  grave. Trent'anni fa ci siamo guadagnati la libert, cacciando i re etruschi che ci dominavano, ma la libert ha un prezzo e ora, se vogliamo mantenerla, non solo dobbiamo continuare a combattere contro i popoli che ci pressano da oriente e a meridione, ma a settentrione anche con gli etruschi, che prima erano nostri alleati. La nostra giovanissima Repubblica, come avete pi volte fatto notare, non ha le risorse per alimentare tutti questi fronti di guerra, n in termini di uomini, n di rifornimenti. E abbiamo visto che concentrare le nostre magre forze contro un solo nemico non fa altro che indurre qualcun altro ad approfittarne per attaccarci alle spalle.
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Ormai due consoli e due legioni non sono pi sufficienti a fronteggiare tutti i pericoli che minacciano contemporaneamente lo Stato, per giunta minato dai conflitti interni tra il patriziato e la plebe, che ho tentato invano di sanare solo poco tempo fa, specific, lanciando una frecciatina ai suoi colleghi senatori. I fronti di guerra sono pi di due, pertanto servono pi eserciti, e la gens Fabia  disposta a offrire una soluzione per ovviare al problema.
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Attese che, a quell'annuncio, anche l'attenzione dei senatori pi distratti convergesse su di lui, poi riprese: Ormai il conflitto con Veio non  pi n pace n guerra, solo una serie infinita di scaramucce e saccheggi, che ci tengono costantemente in allerta, facendoci sprecare un mucchio di risorse; Roma stessa  sempre minacciata, e non c' bisogno che vi ricordi che lo scorso anno abbiamo visto i Veienti arrivare fin sul Gianicolo. Ebbene, come sapete, molti dei possedimenti della mia famiglia si trovano lungo la frontiera settentrionale della nostra citt, pertanto sono i pi insidiati dai Veienti, e noi Fabi non possiamo pretendere che lo Stato investa per difendere soprattutto le nostre terre.
Tacque e osserv a lungo i senatori. Aveva la loro piena attenzione.
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Propongo che il conflitto con Veio ricada sulle spalle della sola gens Fabia, che d'ora in poi si far carico di tutte le spese e le responsabilit connesse a quel fronte, senza alcun aggravio da parte della Repubblica, che potr quindi investire sugli altri fronti senza doversi pi occupare di quello etrusco! Lasciateci dunque salvaguardare l'autorit di Roma, mentre voi vi dedicate alle guerre! Lo dobbiamo anche a nostro fratello Quinto, che  caduto permettendoci di cogliere quella che finora  stata la pi clamorosa vittoria delle armi romane contro gli Etruschi, dopo aver respinto Lars Porsenna nel suo tentativo di riportare sul trono Tarquinio!.
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Se pure non si fosse fermato per rifiatare, il coro di voci che si levarono a favore o contro la sua proposta lo avrebbero comunque costretto a tacere. Gli aderenti dei Fabi, ed erano in tanti, inneggiarono al suo nome e a quello del fratello, mentre gli avversari si alzarono in piedi e inveirono contro la sua gens. Cesone guard Marco, che gli fece cenno di attendere: avevano previsto che la loro proposta avrebbe suscitato vasti clamori nella Curia, e avevano preparato le loro contromisure.
Ma bravo!, quando le urla si attenuarono, tutti lasciarono parlare Menenio Agrippa, il pi determinato avversario dei Fabi. Tu sei console, Cesone, e noi romani dovremmo sprecare una delle due magistrature principali per permettere alla tua gente di curare i propri interessi? Un fronte permanente laddove ci sono i vostri possedimenti? Per permettervi cos di arricchirvi incrementando il vostro controllo su entrambe le rive del Tevere e avere il monopolio del commercio del sale? Ma ci hai preso tutti per idioti?
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La giusta tutela dei nostri interessi non esclude affatto la protezione dell'Urbe, anzi direi che va di pari passo, caro Menenio. Il nostro sforzo non deve essere rifiutato solo perch ci avvantaggia, se avvantaggia anche Roma. Ma la tua osservazione sull'incompatibilit del mio ruolo con le funzioni di un console  pi che giusta, fu pronto a rispondere Cesone. Ed  proprio per questo che rinuncio fin d'ora alla mia carica, rimettendo il mandato nelle mani del Senato e del popolo romano, i quali provvederanno a eleggere un mio sostituto, destinandolo al fronte di guerra che reputeranno pi opportuno, mentre io partir con mio fratello e i miei clienti verso la frontiera con Veio.
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Menenio Agrippa ammutol, mentre grida di assenso e approvazione si levarono lungo le gradinate. Ma il tenace senatore impieg solo pochi istanti per trovare nuovi argomenti con cui sferrare un attacco. E come pretendi di difendere un confine tanto traballante? Solo con la tua famiglia? Il Senato non ti permetter di ingaggiare cittadini per i tuoi scopi privati, sottraendoli alla leva statale, e non pu neppure lasciare un settore tanto delicato a milizie cos esigue, col rischio di ritrovarsi gli Etruschi alle porte di Roma!  un'assurdit!, insist.
Anche in questo caso, Cesone aveva la risposta pronta. Le notizie giunte dalla lontana Grecia da poche settimane avevano dato ai Fabi l'idea di poter organizzare una guerra privata a Veio e li avevano resi consapevoli di potersi guadagnare un posto di rilievo nella storia della Repubblica senza eccessivi sforzi; che poi la loro iniziativa servisse anche a tutelare gli interessi della famiglia, era solo un ulteriore incentivo alla sana ambizione di un clan che aveva contribuito a crearla, la Repubblica.
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Non  affatto un'assurdit, se tieni conto delle notizie che sono pervenute dalla Grecia, replic. Abbiamo seguito tutti con attenzione le vicende del conflitto tra la grande Persia e le citt greche, e siamo rimasti tutti colpiti dall'eroica resistenza che l'anno scorso hanno saputo offrire i trecento Spartani guidati dal re Leonida al passo delle Termopili. Ebbene, non vedo perch noi Fabi non potremmo fare altrettanto con una forza di pari entit: saranno sufficienti trecento dei nostri parenti, aderenti e clienti per presidiare il confine e infliggere una duratura lezione ai Veienti! In fin dei conti, disponiamo delle stesse armi e degli stessi metodi di combattimento degli spartani, no? Possiamo allestire falangi altrettanto solide!.
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Ti ricordo che Leonida e i suoi trecento hanno fatto una brutta fine..., comment ironicamente Menenio Agrippa. E si dice che difendessero un valico largo una ventina di passi, che un grande esercito ha grandi difficolt ad attraversare... Inoltre, gli Spartani sono guerrieri professionisti, che si dedicano alla guerra per tutta la loro esistenza. I nostri soldati invece sono essenzialmente agricoltori che imbracciano le armi per una stagione....
Ma i Veienti non dispongono certo di un'armata sterminata come quella del gran re di Persia! Quanti uomini volete che ci mandino contro?
Veio  alleata di altre undici citt dell'Etruria. Vi ritrovereste contro tutti i Tirreni, e non durereste neppure i tre giorni che  stato capace di resistere Leonida!.
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Ti sbagli, Menenio! Veio  in rotta con le altre citt della lega etrusca! Nessun'altra verr ad aiutarla per quella che anche loro considereranno una guerra privata! Al massimo, si limiteranno a darle un sostegno formale.
No, non  cos!, continu a protestare Menenio Agrippa. Ma il coro dei suoi sostenitori si andava assottigliando col procedere della discussione e, quando arriv il momento della votazione, Cesone seppe di aver vinto prima ancora che i senatori manifestassero la loro scelta.
Guard il fratello, ben sapendo cosa gli passasse per la testa: Quinto non sarebbe pi stato il solo eroe della famiglia.
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Cesone osserv la piccola colonna di trecento combattenti, tra legionari e veliti, radunarsi sotto il Campidoglio e di fronte alla Porta Carmentale. Tutt'intorno sembrava essersi stipata l'intera popolazione di Roma, ansiosa di salutare gli eroi e di augurare loro la miglior sorte possibile. Tutti acclamavano il nome dei Fabi, e non solo i clienti lasciati fuori dall'impresa ma anche gli aderenti delle altre famiglie pi importanti: in particolare gli Emili e i Giuni, i cui principali esponenti se ne stavano in disparte con un'espressione impressa sulla faccia che Cesone avrebbe definito di invidia, per la popolarit di cui godeva la sua gens.
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Suo fratello Marco si trovava con la propria famiglia davanti all'altare di Carmenta, impegnato a compiere sacrifici in onore della divinit che aveva dato i natali a Evandro, l'eroe arcade stabilitosi sul Palatino nei tempi remoti, quando aveva aiutato Enea, mandandogli in aiuto suo figlio Pallante. Marco era sempre stato un uomo devoto, ligio alle tradizioni, il vanto di loro padre e il modello del patriziato: era talmente integerrimo da essere apprezzato perfino dalla plebe, che pure lui non aveva mai favorito; Cesone era ricorso all'espediente di distribuire la terra ai soldati anche per guadagnarsi una popolarit pari a quella del fratello, ma il Senato non gliel'aveva permesso e rimaneva Marco l'esponente pi prestigioso della gens. D'altra parte, era il maggiore, aveva una moglie molto bella che amava e da cui era amato - una donna che era un esempio di morigeratezza e temperanza per tutte le matrone capitoline - e tanti figli che eccellevano tra i coetanei per avvenenza, intelligenza e capacit.
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Cesone, invece, era vedovo da tempo e il suo matrimonio non gli aveva lasciato alcun ricordo piacevole: solo liti o, nella migliore delle ipotesi, indifferenza nei confronti di una consorte sgradevole d'aspetto, che era stato costretto a sposare senza esserne attratto; e un unico figlio, per giunta dissoluto, dedito al vino e alle donne, che per la prima volta si accingeva a partecipare a una campagna bellica. Il console non aveva dubbi che lo avrebbe fatto sfigurare, paragonato ai nipoti, e ci era un ulteriore motivo di angoscia e di invidia nei confronti del fratello.
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Ma non avrebbe mai potuto odiarlo. Marco era anche talmente misurato da non averlo mai messo in ombra. Al contrario, aveva fatto di tutto per farlo salire al suo stesso livello e per fargli ottenere le stesse opportunit; come risultato, considerando anche le magistrature rivestite dal terzo fratello, Quinto, erano sette anni che c'era almeno un Fabio come console a Roma. Cesone aspirava pertanto a emulare il fratello maggiore, sentendosi semmai stimolato dalle sue qualit a diventare un uomo sempre migliore. Ciononostante, era consapevole che, per quanti sforzi avesse fatto, Marco gli sarebbe stato sempre un passo avanti.
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Lo vide baciare sobriamente la moglie e poi stringersi ai suoi figli, incitandoli a dare il meglio di s in guerra e invitando Quinto, il pi giovane e il solo che rimanesse a casa, a ubbidire alla madre. Cesone fu assalito dalla tristezza di non poter salutare nessuno nello stesso modo, e dalla consapevolezza di non poter ritrovare qualcuno che lo attendesse al suo ritorno. Sent il bisogno di imitare il fratello almeno nel vincolo paterno, e chiam a s il figlio, che stazionava a pochi passi da lui, impegnato a chiedere alle ragazze che lo attorniavano come appariva nella sua nuova uniforme da tribuno.
Gaio, vieni qui accanto a me! Iniziamo la marcia fianco a fianco!, lo esort, pur biasimandone in cuor suo la vanit.
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Il giovane sbuff, visibilmente infastidito di dover sospendere il suo pavoneggiarsi, ma obbed e salut le sue spasimanti, accostandosi a lui con aria tutt'altro che marziale: spalle incavate e lo sguardo distratto dai bagordi che si era concesso durante la sua ultima notte a Roma. Sei un ufficiale adesso, figliolo, e dovresti essere di esempio per i tuoi uomini; Cesone non riusc a trattenersi dal riprenderlo, pur consapevole che il ragazzo non l'avrebbe presa bene.
Infatti Gaio reag subito: Ci sar tempo in guerra, per fare il soldatino; adesso siamo ancora entro la cerchia urbana, se non ti dispiace, e mi considero un civile, rispose stizzito.
Cesone apr bocca per replicare, ma sent che i sacerdoti avevano iniziato le loro formule rituali di buon augurio: invocavano il sostegno degli di per l'impresa che i Fabi si accingevano a compiere, perch il viaggio fosse favorevole e fortunato, e che tutti fossero restituiti sani e salvi alla patria e ai genitori, dopo un esito all'altezza delle speranze, che portasse vittorie e trionfi, nonch nuove magistrature e consolati. Rimase in religioso silenzio, notando per con estremo fastidio che Gaio continuava ad ammiccare alle ragazze. Non riusc a trattenersi dal fissare i suoi nipoti, che erano schierati accanto al fratello e rispettavano nel modo pi assoluto la sacralit della cerimonia, dalla quale peraltro poteva dipendere il risultato dell'impresa: gli di punivano chi non mostrava rispetto nei loro confronti. Fremette di sdegno ma si trattenne dal fare una scenata al figlio, che avrebbe svilito la propria dignit pi che quella di Gaio, e si risolse a farlo rigare dritto una volta che fossero stati impegnati nella campagna.
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La marcia inizi in mezzo a due ali di folla festante. La formazione, condotta dai due fratelli a cavallo, si dispose in ordine di marcia e si prepar a varcare l'arco destro della Porta Carmentale. In testa c'erano gli opliti, equipaggiati di tutto punto, con elmo crestato e chiuso lungo le guance, corazza di bronzo, gambali, spada al fianco, scudo lungo un braccio e lancia in una mano; di seguito i veliti e la fanteria leggera, con indosso la sola tunica e equipaggiati con un piccolo scudo rotondo e alcuni giavellotti. Chiudevano la colonna i clienti di pi modesta condizione sociale, armati di fionde e randelli, nella migliore delle ipotesi di pugnali: sarebbero serviti a poco, in eventuali battaglie campali, ma erano necessari per raggiungere il numero di trecento combattenti che Cesone e suo fratello si erano proposti di portarsi dietro, per emulare il re spartano Leonida e rendere ancor pi indimenticabile la loro impresa, comunque fosse andata a finire.
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Nel varcare la Porta, il console dimissionario alz lo sguardo verso il sovrastante Campidoglio, dove le sagome dei templi si stagliavano scure contro la luce accecante del sole autunnale. Gli parve che gli di cui gli edifici erano dedicati lo osservassero da vicino, valutando ogni sua mossa e decisione, come mai era accaduto in precedenza. Ed ebbe l'impressione che non avessero alcuna intenzione di proteggerlo, bens si limitavano a valutare se fosse degno o meno di consegnare il suo nome ai posteri. No, non avrebbe avuto il loro aiuto, e neppure suo fratello, ne fu certo: avrebbero dovuto cavarsela con le proprie forze.
E si sent ancora pi solo.
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1.
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Adesso che le armi romane sembravano sul punto di prevalere, Marco Fabio Vibulano riusciva a trovare una vena d'ironia perfino nel cuore di una battaglia. E mentre vedeva il nuovo console Lucio Emilio Mamerco condurre la sua cavalleria all'attacco dell'ala sinistra dei Tirreni, dopo averne sbaragliato la destra, riusciva a pensare solo alla faccia di Tito Menenio Agrippa che, a Roma, probabilmente non faceva altro che andare in giro a dichiarare: Io l'avevo detto!.
Gli seccava dargli ragione, eppure era proprio cos: quel giorno in cui Cesone aveva annunciato che i Fabi si sarebbero fatti carico del fronte veiente, il senatore aveva fatto notare che presto la confederazione delle citt tirreniche sarebbe scesa in campo a sostegno di Veio, rendendo necessario l'intervento di contingenti romani ben pi consistenti dei trecento Fabi. E dopo un autunno e un inverno di guerra fatta soprattutto di scaramucce e razzie, che avevano messo pi che mai sotto pressione la citt etrusca, i nemici avevano finito per richiedere l'aiuto degli altri centri della confederazione, che non si erano tirati indietro.
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A quel punto, a Roma si era diffuso il terrore. Il solo argine di cui l'Urbe disponesse lungo i confini settentrionali era la roccaforte costruita dai Fabi sul Cremera, un affluente di destra del Tevere: valido baluardo contro i tentativi di penetrazione dei Veienti, ma ben poca cosa di fronte all'eventuale invasione di un esercito di collegati. E allora il Senato si era affrettato a mandare al fronte il console Lucio Emilio con una legione, mentre l'altro magistrato supremo era impegnato contro i Volsci. Non era molto lusinghiero per i Fabi, che avevano dichiarato ai quattro venti di potersela cavare da soli, ma era stato inevitabile: e in quella battaglia Marco e Cesone combattevano come proconsoli e subordinati di Lucio Emilio. E lui si sarebbe preso tutta la gloria per la vittoria, rendendo marginale, anzi addirittura dannoso, quanto i Fabi avevano fatto fino a quel momento per tenere a bada gli Etruschi. Ma non c'era modo di cambiare le cose: il consolato non spettava ai Fabi, in quel momento, e per il bene della Repubblica bisognava adeguarsi. Ci sarebbe stato tempo per recuperare terreno, in futuro.
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Il console si avvent sull'ala nemica con una formazione di cavalleria a cuneo, e i Tirreni non furono in grado di opporre alcuna resistenza. I cavalli, spaventati dalla carica avversaria che faceva sussultare il terreno davanti a loro, si imbizzarrirono facendosi investire dalla colonna romana che ne scompagin subito i ranghi, provocando la caduta di sella di diversi soldati, subito schiacciati dagli zoccoli dei loro stessi animali. Marco assist alla rapida disgregazione dell'unit nemica: era il segnale per la sua avanzata. Lucio Emilio aveva affidato a lui e a Cesone la fanteria, cui adesso toccava dare l'affondo finale. Fece squillare le trombe, dando conferma al fratello, che si trovava sul lato opposto, oltre il centro romano. Immediatamente dopo, la falange capitolina diminu la profondit ed estese la fronte, per avvolgere i soldati avversari ormai privi, per la ritirata della loro cavalleria, della protezione sui fianchi.
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I legionari avanzarono con movimento concentrico, mentre il console liquidava i resti della cavalleria etrusca. I tirreni cercarono di attendere a pi fermo l'attacco romano, ma la loro falange non era pi coesa come ci si sarebbe aspettato da una formazione oplitica. Era chiaro che i loro uomini avevano paura: gli ufficiali facevano fatica a mantenere i ranghi serrati, e pi di un guerriero tendeva istintivamente ad arretrare di fronte all'avanzata nemica, o ad allargarsi, se si trovava all'esterno, per sfuggire alla morsa. Marco, in testa alla formazione, era ormai talmente vicino agli avversari da poter leggere il terrore su quanto si intravedeva dei loro volti. E seppe, prima ancora che l'impatto avesse luogo, che la loro linea si sarebbe infranta immediatamente dopo l'urto.
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Quando le due falangi collisero - scudo contro scudo, lancia contro lancia, corazza contro corazza, corpo contro corpo - fu come l'onda di un fiume tracimato che si abbatteva su un villaggio e lo mandava in frantumi. Gli opliti romani travolsero frontalmente quelli etruschi, che non furono in grado di sostenerne l'impeto. Le lance capitoline trapassarono al primo affondo le corazze di lino dei nemici, evitarono gli scudi e si infilarono nell'inguine e nelle ascelle degli avversari, che crollarono a terra urlando. I Romani riuscirono cos ad avanzare fino alla seconda linea tirrenica. Marco vide un suo ufficiale protendere l'arma in avanti, centrando il viso di un oplita avversario proprio tra i paraguance. La sua punta penetr nella bocca dell'etrusco, che fu scagliato come un pupazzo addosso al commilitone a fianco, sbilanciandolo e creando un varco nel quale i legionari furono rapidi a infiltrarsi.
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Il proconsole, intanto, era situato all'estrema sinistra della falange, e mentre i due fronti si scontravano inizi a convergere verso il fianco avversario con movimento avvolgente. Gli etruschi erano costretti a rivolgere la propria attenzione sul davanti, e quando alcuni di loro iniziarono a porsi il problema di dover ruotare la formazione per affrontare anche l'assalto laterale, era ormai troppo tardi: solo alcuni opliti riuscirono a rivolgere lance e scudi al contingente guidato da Marco; la gran parte non poteva far altro che cercare di rimanere in piedi davanti alla pressione dei camerati che li precedevano, a loro volta sospinti indietro dall'attacco frontale romano. Il movimento concentrico della falange capitolina aveva gi creato il caos nelle file nemiche: gli opliti sbattevano l'uno contro l'altro ostacolandosi a vicenda, e nessuno aveva pi lo spazio per protendere le lance o allestire una linea di scudi paralleli.
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Quando Marco arriv a contatto del fianco nemico, trov ben poche aste ad attenderlo. Quelle romane, invece, fecero subito scempio dei pochi Etruschi in grado di fare opposizione, isolati aculei in una formazione che non aveva pi nulla di coerente e di solido. L'asta del proconsole trafisse dapprima qualche inguine, laddove non era protetto dalla corazza, poi pass a penetrare ascelle e cosce di soldati disposti ancora con il petto rivolto all'attacco frontale; infine, in poco tempo, trafisse le natiche e il collo di chi pensava solo a sottrarsi allo scontro, senza per trovare spazio per uscire dalla formazione ormai stretta su tre lati dalle armi romane.
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In pochi istanti, Marco si ritrov in profondit tra le linee nemiche, alla testa di una colonna che aveva pressoch tagliato in due lo schieramento etrusco. Immagin che Cesone, dalla parte opposta, avesse avuto altrettanto successo. Ci significava che la manovra ideata da Lucio Emilio era riuscita alla perfezione: le prime linee nemiche erano ormai tagliate fuori dalla ritirata e accerchiate. Galvanizzato, inflisse un violento colpo a un oplita che aveva osato affrontarlo frontalmente, e la sua lancia riusc a penetrare i diversi strati di lino pressato di cui era costituita la corazza; il soldato si accasci in ginocchio, gettando spada e scudo e stringendosi al petto il legno dell'asta, con la parte in metallo ormai conficcata nei suoi organi vitali. Marco non perse tempo a tirar via la lancia ed estrasse la spada dal fodero, roteandola sopra l'elmo per esortare i legionari a insistere nella penetrazione. Poi la cal sulla spalla di un nuovo avversario, tranciandone gli spallacci e facendogli cadere la lancia di mano, per poi trafiggerlo sotto l'ascella.
I suoi avanzarono al suo fianco con la stessa efficacia. Gli Etruschi cadevano uno dopo l'altro, o cercavano in tutti i modi di sottrarsi allo scontro, provando a scavalcare i corpi dei compagni gi morti o spingendo i commilitoni direttamente contro le punte delle lance dei Romani disposti sulla fronte. Non c'era pi alcuna resistenza.
La battaglia era vinta. Adesso bisognava pensare a come superare la diffidenza e il rancore degli altri patrizi nei confronti dei Fabi.
I Tirreni erano in rotta e Cesone Fabio non sapeva se compiacersene o meno. Il merito sarebbe stato attribuito a Lucio Emilio, a dispetto di tutto quello che i Fabi avevano fatto nei sei mesi precedenti. Perfino in inverno lui e suo fratello si erano spinti fin quasi sotto le mura di Veio provocando i nemici; anche sotto la pioggia battente e con delle spruzzate di neve sui colli pi alti a nord di Roma, si erano sobbarcati spedizioni punitive, razzie, saccheggi, fino a spopolare il territorio veiente e obbligare gli Etruschi a richiedere l'aiuto degli alleati. E se l'Urbe stava ottenendo una delle sue pi grandi vittorie, era stato proprio grazie alle fatiche e ai sacrifici di cui i Fabi si erano fatti carico nei giorni pi infelici, esasperando gli avversari al punto di farli scendere in guerra una volta per tutte.
Lucio Emilio si era solo limitato a dar loro il colpo finale, reso pi facile dal logorio cui lui e Marco lo avevano sottoposto per lungo tempo. Senza contare che alla battaglia in corso stavano partecipando anche loro, e con compiti non trascurabili: la manovra decisiva anzi, quella avvolgente con la fanteria, era stata affidata proprio ai Fabi, ed era stato il loro attacco ad aver provocato la rotta definitiva degli Etruschi.
Ma il merito andava al comandante supremo, come da consuetudine, e Lucio Emilio - membro di una famiglia che non gradiva il predominio dei Fabi - si sarebbe guardato bene dal riconoscere i meriti dei suoi subalterni.
Cesone non poteva sopportarlo.
Gli veniva quasi voglia di boicottarlo. Ma sarebbe incorso nelle giuste ire del fratello, e accanton l'idea di non mettere tutto il suo impegno nel rendere definitivo il successo; continu pertanto a guidare la sua sezione della falange fino a completare il movimento accerchiante. Il prestigio acquisito nei suoi consolati gli valeva la cieca obbedienza dei suoi uomini, tra i quali i soli Fabi presenti erano suo figlio Gaio e i suoi nipoti. Gli altri, di comune accordo col fratello, aveva deciso di lasciarli a presidio della fortezza sul Cremera, che ormai perfino il Senato si era abituato a considerare un avamposto avanzato e imprescindibile delle difese di Roma.
Frazionati in vari gruppi dall'attacco frontale e dalla pressione laterale di Marco, gli Etruschi non provarono neppure a resistere. Molti gettarono gli scudi, volsero le spalle e presero a correre dovunque trovassero dei varchi, in direzione del loro accampamento, che si trovava a breve distanza dalla citt di Veio. Fin troppo facile: perfino i contadini che i Fabi avevano depredato nei mesi precedenti avevano provato a impedirgli di incendiare le loro fattorie, di razziare il bestiame e di portare via prigionieri, e chiunque si era opposto aveva fatto una brutta fine, secondo la logica spietata che si erano imposti Marco e Cesone fin dal momento in cui avevano deciso di creare una fascia di sicurezza a nord di Roma.
Cesone not suo figlio farsi improvvisamente pi ardito. Fino ad allora, il giovane aveva cercato di evitare la prima linea e, sebbene fosse un ufficiale, aveva sempre preferito farsi scudo dei suoi stessi uomini, durante il corpo a corpo. Cesone lo aveva visto sempre arretrare di un passo per evitare di duellare con un avversario, mentre in compenso si sgolava per esortare i subalterni a darci dentro. Avrebbe voluto riprenderlo, imporgli di comportarsi all'altezza del nome che portava, ma non aveva avuto modo di avvicinarlo, fino ad allora. E adesso, la falange si stava sfilacciando all'inseguimento dei fuggitivi, e diventava ancor pi difficile raggiungerlo. Tutta l'iniziativa che al giovane era mancata durante la mischia, veniva fuori adesso, spingendo Gaio a sferrare instancabilmente fendenti e affondi contro avversari non pi intenzionati a controbattere. Il giovane squarciava schiene, spiccava teste dal collo e arti dal busto, tranciava polpacci, come se avesse a che fare con fantocci. E mostrava un vigore, una resistenza, una velocit e una dimestichezza con la spada che avrebbero potuto essere messi ben pi a frutto che contro bersagli tanto facili. Peccato che non avesse la tempra per diventare un combattente degno del padre e dello zio, si disse Cesone. Ma in un modo o nell'altro sarebbe riuscito a fare di lui un soldato degno della tradizione di famiglia, giur a se stesso. E intanto prosegu a sua volta l'inseguimento, ma puntando non tanto a fare il tiro al bersaglio, quanto a raggiungere il campo nemico: se i Romani avessero preso quell'avamposto, ci avrebbe sancito inequivocabilmente la loro vittoria.
Vide profilarsi il vallo che delimitava l'accampamento. Sullo sfondo, si stagliava l'inespugnabile citt di Veio, che sorgeva su un'altura dalle pendici scoscese e boschive, dove sarebbe stato improponibile inerpicarsi, se anche il campo fosse caduto facilmente. Concentriamoci sul campo, si disse Cesone, e lo ripet ai suoi uomini, consapevole che pi d'uno, sull'onda dell'entusiasmo, avrebbe potuto immaginare di trovare un bottino pi consistente dentro le mura dell'abitato e gettarsi avventatamente contro di esse. Troverete ricchezze a non finire nel campo! I Tirreni sono un popolo molle ed effeminato, e si saranno portati dietro di tutto, per sentirsi come a casa loro!, gridava, indicando ai legionari l'assembramento che si era creato davanti all'ingresso del campo, dove i fuggitivi si erano assiepati cercando di entrare prima che i compagni chiudessero le porte. Approfittiamone finch tengono aperto!.
Cesone condusse i Romani verso la porta principale, aggredendo gli ultimi della fila, che fecero appena in tempo a girarsi, prima di ricevere lance e spade ovunque non fossero protetti dalle corazze. La colonna capitolina press maggiormente gli Etruschi contro il vallo e la porta, addossandoli gli uni agli altri e impedendo anche ai pi determinati di sollevare le loro spade per contrastarli. I Tirreni si offrirono tutti come vittime sacrificali, pressoch immobilizzati, cadendo uno dopo l'altro e liberando spazio per la colonna nemica, e gli uomini che ne erano alla testa raggiunsero in breve la porta. Proprio in quel momento i difensori stavano cercando di chiudere i battenti, a dispetto dei commilitoni che ancora vi si accalcavano di fronte; ma proprio la pressione di chi inseguiva disperatamente la salvezza, impediva loro di riuscirci: ogni etrusco che cadeva sotto i loro colpi avvicinava i Romani all'ingresso.
Cesone aveva guadagnato posizioni fino a giungere in testa alla colonna, dove aveva affiancato il figlio. Questi pareva un invasato, brandendo la spada con veemenza e senza badare a chi colpiva, col rischio di trafiggere nella calca anche dei commilitoni. Spingeva e sbraitava, facendosi largo tra avversari che non lo contrastavano, sospinto a sua volta dai soldati che lo seguivano, finch non irruppe quasi gettato dai compagni oltre la soglia del campo, primo romano in un flusso pressoch ininterrotto di combattenti.
Per un istante, Cesone temette che il figlio si ritrovasse isolato all'interno del fortilizio nemico; ma un attimo dopo erano gi decine i Romani che lo avevano affiancato, ed egli stesso si ritrov oltre il vallo senza neppure sapere come. Gran parte dei combattenti di ambo le parti era a terra, subito oltre la soglia, dopo aver perso l'equilibrio a causa della ressa e delle spinte reciproche. E gli Etruschi pi rapidi a rialzarsi erano anche i pi veloci a buttare la spada e a levare le mani in segno di resa. Ma i Romani erano ancora infervorati dalla calca e in preda all'esaltazione, e prima di accorgersi che il nemico non combatteva pi, avevano gi ucciso parecchi opliti. I Tirreni sugli spalti, nel frattempo non potevano tirare sugli assalitori senza rischiare di colpire i propri commilitoni. Cesone se ne rese conto subito. Ciascun legionario si prenda un prigioniero e avanzi verso gli spalti!, grid, e subito i suoi obbedirono, facendosi scudo con gli Etruschi catturati per avvicinare quelli a ridosso del vallo. E intanto, dietro di loro continuavano ad affluire nel campo altri Romani. Quando furono in prossimit degli spalti, Cesone si liber del proprio prigioniero e risal la rampa, aggredendo gli ultimi difensori con un urlo di guerra che risuon lungo le mura. Gli altri lo imitarono, gettandosi sugli avversari, che non ebbero il tempo di organizzare una resistenza. Nel frattempo, i Tirreni abbandonati venivano incalzati dai Romani entrati nel campo in un secondo momento. Si formavano colonne di prigionieri sorvegliati da pochi legionari, mentre altri conquistatori si avventavano sulle tende uscendone pieni di monili, vasellame e armi preziose.
E tra i primi a gettarsi dentro gli alloggi degli opliti avversari c'era Gaio.
Soldato scarso, ma vorace predone. Non era un figlio di cui andar fieri, si disse sconfortato Cesone.
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2.
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Il Senato ha demandato al console il compito di stipulare la pace richiesta dai Tirreni, annunci costernato Marco Fabio, appena tornato da Roma, al presidio del Cremera. E Lucio Emilio ha semplicemente deciso di mantenere le condizioni attuali, senza far pagare agli sconfitti alcuna indennit e senza alcuna acquisizione territoriale.
Ma  inaudito!, esclam Cesone, e quasi all'unisono suo figlio gli fece eco. Anche i nipoti mostrarono costernazione, seppur mantenendo un maggiore contegno. Abbiamo colto un successo strepitoso e non lo sfruttiamo?
Non  tutto... ha anche restituito agli ambasciatori i prigionieri, e gli ha promesso che smantelleremo questa fortezza, anche se so per certo che nessuno, in Senato, vuole davvero privarsi di un argine contro i Veienti come questo. Inoltre prenderanno tempo con i legati, precis Marco.
 pazzesco: i Tirreni hanno implorato la pace, dopo una sconfitta cos. Avremmo potuto imporre qualunque cosa!, intervenne Gaio.
Infatti, molti senatori sono stati scontenti della sua decisione e si sono pentiti di avergli concesso tanta autonomia. Pare che non gli concederanno neppure il trionfo, per punirlo.
E cos, puniranno anche noi, che siamo stati decisivi per la vittoria..., comment amareggiato Cesone, che avrebbe comunque voluto sfilare dietro il carro del vincitore.
Direi che siamo stati puniti ben oltre la negazione del trionfo, non credi?, replic Marco, consapevole del danno che la decisione di Lucio Emilio comportava per i Fabi. Cesone attese che fosse il fratello a spiegarne il motivo: era meno pratico di lui e inseguiva soprattutto la gloria. Al contrario, Marco anteponeva gli interessi della famiglia a ogni altro aspetto, e gli onori lo interessavano assai di meno, se non erano preceduti da vantaggi pratici in termini di potere, influenza e possedimenti.
Cesone annu. Il danno per la famiglia era talmente rilevante che perfino lui non riusciva a ignorarlo. Gi, disse gravemente.  chiaro che si tratta di un dispetto degli Emili nei nostri confronti. Devono aver pensato che ogni ulteriore acquisizione territoriale lungo la frontiera settentrionale avrebbe finito per avvantaggiare noi Fabi, e hanno preferito non cogliere i frutti della vittoria, piuttosto che rischiare di farci un favore. Anzi, hanno perfino preferito danneggiare Roma stessa.
E perch mai se Roma estende il proprio territorio, questo dovrebbe avvantaggiare noi?, chiese Gaio, il cui rozzo intelletto non arrivava ad afferrare certe questioni. Sarebbe stato un pessimo politico, quando avesse raggiunto l'et per rivestire le magistrature, e Marco ringrazi gli di che non fosse suo figlio.
Fu Cesone a replicare, e il tono spazientito che us fece capire a Marco che non era disposto a tollerare troppo l'ottusit del figlio. Ne fu confortato: quello era un ragazzo che andava raddrizzato.
Gaio, sai bene che in questa zona possediamo numerose propriet. E se non lo sai, sarebbe ora che te ne interessassi, dato che un giorno potresti essere tu a doverle amministrare. Gli Emili devono aver pensato che, sottraendo porzioni di territorio ai Veienti, avrebbero protetto le nostre terre, prima ancora che Roma stessa. E non hanno voluto rafforzarci. Anzi, hanno intenzionalmente lasciato che i nostri possedimenti continuassero a essere esposti alle incursioni nemiche, che di sicuro ricominceranno, ora che gli Etruschi hanno capito di poter agire impunemente.
Non solo, aggiunse Marco. Il console ha danneggiato anche Roma perch sa benissimo che quanto pi forti siamo in questo settore a destra del Tevere, tanto pi terremo lontani i Veienti da Fidene, che pi volte si  alleata con loro per farci guerra. Tra Veio e Fidene, la via pi diretta passa proprio da queste parti, e abbiamo perso l'occasione per separarli definitivamente.
Ma allora dobbiamo reagire!, protest Gaio. Dobbiamo attaccarli di nuovo. Il Senato capir che la zona non  sicura e cercher una pace pi stabile!.
Roma ha dato la sua parola, e dobbiamo accettare la volont del Senato, dichiar solennemente Marco, e Cesone aggiunse, seppur con minore convinzione: Io sarei anche disposto a provocare i Veienti, ma se riprendessimo le ostilit, il Senato la considererebbe una guerra privata, e ci punirebbe, o almeno non ci aiuterebbe. E adesso che i Volsci sono di nuovo in armi,  quello il fronte che pi attira l'attenzione dei padri coscritti. Non escludo che si sia stipulata questa pace frettolosa proprio per avere le mani libere contro i Volsci. No, proprio non possiamo fare nulla, almeno per ora. Ma forse, aspettando....
Aspettare? Aspettare cosa?, insist Gaio. Abbiamo una fortezza lungo il confine e ce ne stiamo rintanati dentro le mura, quando c' da razziare raccolti e capi di bestiame e greggi a profusione? Volevamo conquistare Veio da soli, e invece passeremo alla storia come codardi e imbelli, ve lo dico io! Ma io non ci sto a fare la figura del vigliacco!.
Da quanto Marco aveva potuto osservare nel corso della battaglia, Gaio aveva dimostrato coraggio solo quando c'era stato da depredare il campo nemico; in precedenza, non l'aveva mai visto tra le prime file, come avrebbe dovuto fare un ufficiale. Compat Cesone: ben altre soddisfazioni gli avevano dato i suoi figli, che si erano distinti tanto da meritarsi le lodi del pur refrattario Lucio Emilio.
Tu ti adeguerai a quello che stabiliscono tuo padre e tuo zio. Non c' altro da dire, dichiar Cesone, spazientito, dichiarando esattamente quel che Marco si aspettava.
Gi, non c' altro da dire. Ma c' altro da fare..., replic stizzito Gaio, voltando le spalle e andandosene.
I due fratelli si scambiarono uno sguardo, entrambi costernati. Quel ragazzo gli avrebbe procurato dei guai.
Gaio contempl l'operosit della fattoria che si stagliava nella vallata e si freg le mani. La pace con Roma aveva prodotto un immediato ripopolamento della campagna veiente, dove erano ritornati gli sfollati e i profughi costretti a riparare dentro le mura di Veio, da quando era sorto il presidio del Cremera e i Fabi avevano dato inizio alle loro razzie. Osserv le piccole figure muoversi sotto i suoi occhi, inconsapevoli del pericolo che gravava su di loro: avevano ricostruito quanto i Romani avevano distrutto durante l'inverno, i greggi di pecore pascolavano tutt'intorno, e i recinti erano stipati di vacche e maiali; i campi pi vicini ai caseggiati erano ordinatamente arati e seminati, e puntellati di gente impegnata a metterli a coltura.
Dalla sua posizione sul ciglio di una collina boschiva sovrastante la fattoria, Gaio valut anche la quantit di uomini con cui avrebbe dovuto vedersela. Nei campi lavoravano diverse donne e qualche bambino: tutti potenziali schiavi da rivendere e con i quali fare un bel gruzzolo. Davanti all'entrata del caseggiato vide discutere due vecchi: inservibili come schiavi, ma se non altro neppure loro avrebbero opposto resistenza. Per il resto, in tutto cont solo quattro uomini in et adulta e in grado di combattere... ma con cosa, poi? Se il suo attacco fosse stato repentino, avrebbero potuto opporre solo i forconi e le vanghe che avevano gi in mano. E a quell'ora, in pieno giorno e in orario di lavoro, non era pensabile che vi fossero altri uomini in casa; all'interno delle abitazioni, semmai, avrebbe trovato altre donne inoffensive o vecchie.
S, ne sarebbe venuto fuori un ricchissimo bottino, e col minimo sforzo.
E alla fine i suoi parenti, pur biasimandolo per la sua disubbidienza, lo avrebbero anche lodato per il suo spirito d'iniziativa. Per non parlare del Senato, che di sicuro non aspettava altro che un pretesto per riprendere la guerra contro Veio e infliggere agli Etruschi la lezione che Lucio Emilio non era riuscito a dare loro.
Fece segno al drappello di cavalieri che si era portato dietro di smontare di sella e di seguirlo in silenzio mentre ridiscendeva il pendio. Quando giunse ai margini della boscaglia, dove la pianura iniziava e con essa i campi arati, disse sottovoce: Ammazzatene qualcuno a scopo intimidatorio, ma gli altri li voglio vivi per rivenderli come schiavi. E mi raccomando, appena li avrete catturati, bruciate tutto: i Veienti devono sapere che da queste parti  Roma che comanda.
I suoi subordinati annuirono. Fece loro cenno di rimontare a cavallo, sal in sella a sua volta e part al galoppo, lanciando un urlo di guerra. La formazione si allarg a ventaglio, i cavalli passarono lungo i solchi appena preparati, gli zoccoli devastarono in pochi istanti il lavoro di settimane. Poi tocc agli esseri umani. Quinto si ritrov di fronte una donna. Si aspett che si scansasse e invece quella, paralizzata dal terrore, non si mosse di un passo, n lui intese far scartare il cavallo, che col terreno ondulato per i solchi avrebbe rischiato di spezzarsi una zampa; fin per travolgerla, e dopo esserle passato sopra non si ferm a constatare se fosse morta o meno. Gli altri abitanti della fattoria, nel frattempo, cercavano di allontanarsi dalla traiettoria degli assalitori, mentre i pochi uomini presenti tentavano di allestire una qualche forma di resistenza.
Eliminate i maschi adulti!, grid Gaio, puntando su una donna e un bambino che cercavano di fuggire verso i boschi. Che ci pensassero gli altri, agli uomini: lui era un tribuno, e non era il caso di rischiare la vita di un ufficiale in un'azione tanto banale. Uno dei suoi si dimostr tanto zelante da cavalcare verso un contadino che brandiva un forcone. Gli pass vicino menando un fendente con la spada e, un istante dopo, la testa dell'etrusco rotol per aria, lasciando il resto della figura in piedi per un istante, prima della caduta.
Era uno in meno da cui guardarsi. Bene. Intanto, Gaio tagli la strada della fuga alla donna e al bambino. Quest'ultimo, terrorizzato, sfugg di mano alla madre e, nel tentativo di sottrarsi al romano, inciamp e cadde per terra. Gaio non riusc ad arrestare in tempo il suo cavallo e gli zoccoli vi si abbatterono sopra, facendolo sprofondare nella terra. La donna lanci un urlo di disperazione e si gett sul bambino ormai inerte. Il tribuno riusc finalmente a tirare le redini e contempl il corpicino deformato dai colpi, poi la donna fiss lui. Uno sguardo d'odio, cui fece seguito un balzo felino, che port l'etrusca fin quasi all'altezza della sella. Le sue mani si protesero verso il viso del romano e, a dispetto dell'elmo, le sue unghie gli arrivarono al naso. Gaio sent un dolore lancinante. Il giovane reag d'istinto. Sferr un colpo in orizzontale con la spada, passando attraverso la sommit della testa della donna. Volarono via cute e altri pezzi di materia organica, e la vittima stramazz al suolo, priva di una parte del cranio. Gaio si tocc il naso, accorgendosi che il suo viso era diventato una maschera di sangue, e si maledisse per la sua disattenzione. Furioso, desiderava sfogare la sua rabbia su un altro avversario inerme. Ignor un altro contadino col forcone, che d'altronde era gi stato preso di mira da un suo subalterno, e si gett su un vecchio troppo ingobbito per scappare. Scese da cavallo e, quando ebbe finito con lui, i pezzi dell'etrusco erano sparsi a terra in una pozza di sangue, neppure il busto era rimasto integro.
Si guard intorno e si rese conto che la sua furia aveva costituito un esempio per i suoi uomini che, a loro volta, si stavano accanendo sugli abitanti della fattoria. Indispettito con se stesso per essersi lasciato trascinare dall'emotivit, url loro di smetterla e di pensare ai soldi che avrebbero ricavato dai prigionieri: riteneva anche pi probabile che suo padre e suo zio lo avrebbero perdonato pi facilmente, se avesse riportato indietro un consistente bottino. Ma sembravano tutti invasati, probabilmente, si disse, come lo era stato lui fino a un attimo prima: vide spiccare teste, inchiodare gente alle travi con le spade, trafiggere bambini e madri con uno stesso colpo, prendere a calci persone agonizzanti che si trascinavano per terra, schiacciare nel terreno coi piedi la testa di chi era ancora vivo. Un soldato stava gi appiccando il fuoco a uno degli edifici, e in un attimo il legno prese ad ardere; ne usc fuori una vecchia, ancora illesa, sulla quale calarono almeno due spade, e poi un anziano gi avvolto dalle fiamme.
Gaio avanz verso i pi vicini dei suoi, gridando loro di piantarla. Erano alle prese con due donne, che avevano steso a terra e denudato. Una delle due sput in faccia all'aguzzino pi vicino, e questi non seppe trattenersi: la afferr per il collo e strinse forte, e i compagni non fecero nulla per impedirglielo. Quando il tribuno arriv ad afferrargli le braccia, obbligandolo a lasciare la presa, la ragazza croll a terra come un sacco, e il giovane non ebbe difficolt a capire che era gi morta di asfissia. Schiaffeggi il suo subalterno, che lo guard indispettito, poi rivolse la sua attenzione all'altra donna, che era stata spinta a terra da un uomo che si preparava a violentarla.
Gaio si accorse che era giovane e bellissima. Assest un calcio allo sterno del soldato, e intim a tutti di farla finita e di radunare il bestiame, prima di bruciare tutto. Poi, dopo aver atteso che gli ubbidissero, offr il braccio alla ragazza, che lo guard timorosa coprendosi le parti intime con un braccio, poi si fece tirare su. Il tribuno la squadr ancora con desiderio. E in quel momento decise che ne avrebbe fatto la sua schiava personale.
E la sua amante.
Adesso mi aspetto che tu punisca immediatamente tuo figlio, grid Marco Fabio quando Cesone, di ritorno da Roma, entr nel suo alloggio nella fortezza sul Cremera.
Perch? Cosa ha combinato, stavolta?, chiese costernato Cesone, che era ripartito dall'Urbe con un fosco presentimento: qualcosa, in precedenza, lo aveva spinto a pretendere che il figlio lo accompagnasse, ma poi si era arreso di fronte al deciso diniego del giovane.
Ha attaccato e distrutto una fattoria nell'agro veiente, spieg Marco.  stato un massacro. E lo ha fatto mentre io ero a Veio a trattare per lo smantellamento di questa fortezza, come richiedono da mesi gli Etruschi. Per fortuna sono venuti a sapere della strage non appena me ne sono andato, altrimenti mi avrebbero come minimo trattenuto per rappresaglia. Tuo figlio mi ha messo in serio pericolo: sapeva dov'ero, ma ha agito lo stesso, consapevole che non avrei potuto impedirglielo.
Cesone si accasci sulla sedia pi vicina. Si sent assalire dallo sconforto. Adesso tutti, sia gli Etruschi che i Romani, li avrebbero ritenuti responsabili della ripresa della guerra. Non c'era gloria in una nomea del genere, anche se poi fosse andato a finire tutto bene.
Certo che va punito, ammise Cesone. Vuoi che lo faccia come padre o come ufficiale superiore?
Per stavolta come padre pu bastare, secondo me. In fin dei conti, non siamo in guerra, perlomeno non ancora. Ma valuta come meglio credi, rispose conciliante Marco. Certo che adesso dovremo aspettarci pesanti conseguenze....
Puoi dirlo forte, conferm Cesone. E dubito che godremo del sostegno del Senato. Gente come Menenio Agrippa ne approfitter per darci addosso. Tutti penseranno che l'abbiamo fatto apposta per riaccendere le ostilit e giustificare cos la presenza della fortezza.
...Oppure per convincere il Senato che non ci pu essere pace senza una vittoria che procuri a Roma, e a noi in particolare, acquisizioni territoriali..., gli fece eco Marco.
I due fratelli si guardarono sconsolati. A Cesone frull in testa un'idea che, dopo un attimo di esitazione, ebbe il coraggio di esporre a Marco. E allora tanto vale andare fino in fondo..., azzard.
Incredibilmente, il fratello annu. Dobbiamo salvaguardare il prestigio della nostra famiglia. Se ammettiamo l'errore, per noi  finita: dovremo attendere anni prima che un membro della gens rivesta di nuovo il consolato, ammise.
Se teniamo duro e rivendichiamo l'attacco come parte di una strategia per smascherare l'eccessiva clemenza degli Emili verso i Tirreni, facendo leva sui nostri aderenti in Senato, potremo sempre convincere i padri coscritti a sostenere la linea dura. E alla fine potremmo persino averli dalla nostra parte, non fosse altro che per spirito di corpo, spieg Cesone.
Gi, in fin dei conti sono in molti ad avercela con gli Emili per come hanno gestito la faccenda della pace con i Tirreni. E in molti si sono pentiti di aver lasciato loro mano libera. Potremmo farcela... Anche se dovremo essere pronti a sopportare le estreme conseguenze di una simile scelta..., dichiar perplesso Marco.
Che vuoi dire?
Voglio dire che dovremo essere coerenti con questa linea d'azione. Avrei preferito evitarlo, ma le razzie dovranno continuare, se vogliamo convincere i Romani ad assecondarci. Quando ci si mostra sicuri e convinti di ci che si fa, gli altri finiscono per adeguarsi. Ma se ci vedranno tentennanti e non sufficientemente determinati, ci lasceranno al nostro destino. E non sar un destino piacevole, come puoi immaginare. Stavolta abbiamo fatto davvero arrabbiare i Veienti, e c' da giurarci che vorranno le nostre teste.
Cesone riflett. Non tutto era perduto, dunque. Forse c'era ancora il modo di uscirne con gloria e potenza accresciute. Quell'idiota di Gaio, involontariamente, poteva aver provocato una catena di eventi che avrebbero portato beneficio alla famiglia. O alla sua rovina. Fino in fondo, quindi?, disse infine.
Fino in fondo, conferm il fratello.
Cosa hai fatto?, Cesone irruppe nell'alloggiamento di Gaio senza neppure bussare. Lo trov prono su una donna, la cui espressione affranta la diceva lunga sullo scarso entusiasmo con cui accoglieva le attenzioni del figlio. Ma il proconsole non riusc neppure ad ascoltare la replica del giovane: quella ragazza aveva assorbito la sua completa attenzione dal momento in cui aveva posato gli occhi su di lei. A Roma, non ne aveva mai incontrate di cos belle, e per un istante desider essere al posto del figlio. Nonostante gli occhi gonfi di pianto e l'atteggiamento dimesso, poteva apprezzare la sua figura armoniosa, i tratti delicati del viso, la bocca invitante e i capelli splendenti e fluenti. Il termine che pi velocemente gli veniva alla mente per quella ragazza era dolce, e trov inammissibile che Gaio la trattasse come una prostituta.
Ma se non aspettavate altro che qualcuno con le palle che avesse il coraggio di fare quello che tutti avrebbero voluto fare! A Roma e qui al Cremera!, protest Gaio, rimettendosi in piedi.
Cesone fu pronto a replicare: Non hai rispettato le consegne.  questo che conta. E potresti averci messo in guai seri, adesso.
Guai seri? Abbiamo bestiame per approvvigionare la fortezza per mesi e mesi, i Tirreni si saranno messi paura e a Roma avremo riguadagnato la stima dei nostri aderenti, invece!, replic il figlio, che intanto si era messo a sedere.
Sei un irresponsabile e mi fai sempre vergognare, ribatt Cesone, senza riuscire a staccare gli occhi dalla ragazza. Avrei voluto figli come quelli di Marco....
Allora avresti dovuto essere un padre migliore, come lui. Hai il figlio che ti meriti, evidentemente, fu la velenosa risposta di Gaio, di fronte alla quale Cesone non seppe cosa replicare. Alla fine prefer cambiare discorso. Questa qui chi ?, chiese, indicando la ragazza.
La pi bella tra i prigionieri della nostra incursione.
Diciamo pure la sola sopravvissuta, a quanto mi hanno riferito....
Sia pure. E allora? Pi li spaventiamo e pi se ne staranno buoni.
Cesone aveva seri dubbi in proposito. Ma aveva capito che con il figlio non aveva senso parlarne. E cosa ti sei fatto, il sollazzo personale? Cosa ti fa pensare di poterla tenere nei tuoi alloggi e farne quello che vuoi? Siamo in zona di guerra, ora, grazie a te.
Sono un ufficiale, e certi privilegi posso concedermeli.
Sei un idiota, altro che un ufficiale, e non sta a te decidere. Comunque meriti una punizione per quello che hai combinato e per aver disubbidito agli ordini. Quindi stabilisco che questa ragazza non rimanga con te.
Stai scherzando? Me la sono guadagnata.
Ti sei guadagnato la fustigazione, se non la morte, per aver disatteso le consegne. Se avessimo avuto un incarico ufficiale, non esiterei ad applicare alla lettera la disciplina. Per stavolta mi limiter a esercitare il mio ruolo di genitore. Ma sgarra un'altra volta e per te non avr piet. I Fabi non sono arrivati a essere la famiglia pi importante di Roma grazie a colpi di testa come i tuoi.
Gaio si alz in piedi e gli si avvicin minaccioso a un palmo dal viso. Gli sibil in faccia con aria di sfida: Non hai alcun diritto....
Cesone si spost appena, assunse l'espressione pi truce di cui era capace e ribatt ad alta voce: Non ho il diritto? Potrei farti di peggio, te l'ho detto, e non solo avrei l'assenso di mio fratello, ma anche del Senato! Nessuno muoverebbe un dito per un idiota come te!. Concluse il concetto con uno schiaffo, che lasci il figlio attonito, fremente di sdegno e a stento capace di dominare l'impulso di reagire nello stesso modo.
Cesone lesse un lampo d'odio negli occhi del giovane, ma si impose di non badarci. Gli faceva male trattarlo cos, nonostante non meritasse nulla di meno. Tese la mano verso la ragazza e l'aiut a rialzarsi e a rivestirsi. Tenendole il polso, la port fuori.
Lei  mia, non puoi togliermela, protest Gaio, la voce singhiozzante. Sembrava in preda a una crisi di pianto.
Cesone non rispose. Non sopportava neppure lontanamente l'idea che quella dolcissima ragazza potesse essere del figlio; nel vederla, si era reso conto di aver provato un'emozione che mai gli era capitato di sentire verso la moglie, n verso qualsiasi altra donna gli fosse capitato di avere. Quella ragazza avrebbe potuto farlo sentire meno solo, forse, e magari avrebbe potuto dargli quell'affetto che Marco riceveva dalla moglie e che gli aveva sempre invidiato. Si trattava solo di convincerla che lui non era come Gaio. E si sent fremere dall'entusiasmo e dall'eccitazione per la sfida che lo attendeva, in quel momento perfino pi stimolante degli impegni militari che avrebbe dovuto affrontare in conseguenza delle bravate del figlio.
...
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3.
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Il presidio del Cremera era in fibrillazione. Le mura stesse sembravano vibrare per la tensione che serpeggiava all'interno. Si attendeva da un momento all'altro il ritorno di Marco Fabio da Roma, con le decisioni del Senato sul destino di quel caposaldo. Gli oltre trecento componenti, aderenti e clienti della famiglia dei Fabi che costituivano la guarnigione, non riuscivano a portare a termine alcun compito loro assegnato, senza interrompersi un'infinit di volte per chiedere alle sentinelle sulle torri se stesse arrivando qualcuno o agli ufficiali se fosse trapelata qualche anticipazione. Tutti - dai membri principali della famiglia, che avevano la responsabilit del fortilizio, ai poveri diavoli che avevano scelto di partecipare all'impresa per conquistarsi un premio pi consistente degli avanzi spettanti ai clienti pi disagiati di un ricco patrono - erano consapevoli che la deliberazione dei padri coscritti avrebbe rappresentato la differenza tra la vita e la morte, tra la gloria e l'oblio, tra un potenziale trionfo e una sconfitta senza appello.
Ed erano anche tutti consci della possibilit di dover fronteggiare un assedio da un momento all'altro. L'attesa per l'arrivo di Marco Fabio era motivo di angoscia quanto la paura di veder comparire fuori le mura un esercito di Veienti, almeno fin da quando gli Etruschi avevano chiesto soddisfazione per il massacro operato da Gaio Fabio. E non avevano preteso solo la consegna del responsabile, ma dell'intera fortezza, il cui sgombero, peraltro, era previsto dagli accordi di pace stabiliti dal console Lucio Emilio per fare un dispetto ai Fabi.
Marco e Cesone, naturalmente, avevano opposto un deciso diniego, e i Veienti erano andati a protestare direttamente in Senato. Cos Marco era dovuto andare a sua volta a Roma a perorare la causa della famiglia, dando fondo a una cospicua parte delle loro sostanze per assicurarsi la fedelt dei senatori aderenti e conquistarsi quella degli indecisi, ma anche per orientare l'umore del popolo verso una politica pi rigida nei confronti degli Etruschi e di sostegno a favore della gens Fabia. I due fratelli speravano che il sacrificio economico sarebbe stato poi ripagato dal monopolio del commercio del sale, appannaggio dei Fabi se Roma avesse consolidato il controllo del Tevere e scongiurato ulteriori incursioni di Veienti e Fidenati. Ma non era il guadagno il loro primo obiettivo. Ormai era una questione essenzialmente di prestigio: se l'Urbe avesse disconosciuto l'operato della famiglia, ne avrebbe decretato inevitabilmente il declino, perch nessuno, a Roma, ne avrebbe pi celebrato le gesta: i Fabi sarebbero finiti alla merc del nemico, isolati e abbandonati da tutti, e nessun gesto di eroismo sarebbe mai valso a consegnarli ai posteri.
Sebbene il suo destino fosse tanto in bilico, Cesone Fabio non riusciva a preoccuparsene pi di tanto, finch aveva la possibilit di tenere tra le braccia Clelia. Quel nome glielo aveva dato lui. Quello che gli aveva detto lei non gli piaceva: era un nome etrusco che per lui non rappresentava nulla, e aveva scelto di dargliene uno adatto alla matrona romana in cui intendeva trasformarla. La ragazza non aveva posto obiezioni, n lo faceva per qualsiasi altra questione. Era acquiescente e servile, perfino premurosa, talvolta, sollecita nel soddisfare i suoi bisogni pi ancora degli schiavi addetti alla sua persona, al punto che Cesone aveva finito per valersi soprattutto di lei, congedando gli altri se non per le incombenze pi faticose o sgradevoli.
La trovava deliziosa, e spesso rimaneva a contemplarla mentre lo serviva a tavola o puliva le sue armi o risistemava i suoi documenti, senza parlarle n toccarla. In una settimana da quando l'aveva sottratta a Gaio, infatti, non l'aveva sfiorata neppure con un dito. Avrebbe potuto possederla quando avesse voluto, naturalmente, come stava per fare il figlio, e lei non avrebbe detto o fatto nulla per impedirlo: avrebbe subto in silenzio, umiliata e violata, da vittima terrorizzata dal suo carnefice, come accadeva con Gaio, ma lui non voleva che andasse cos. Desiderava con tutte le sue forze che lei, se pure non fosse mai arrivata ad amarlo, almeno lo apprezzasse, e preferiva aspettare di scorgere nella ragazza qualche segnale favorevole a un approccio, prima di fare la prima mossa. Intendeva distinguersi sempre pi dal figlio, che continuava a gironzolarle intorno con un'espressione di desiderio e degli apprezzamenti espliciti, lasciando chiaramente intendere quali sarebbero state le sue intenzioni, se il padre non glielo avesse impedito.
Cesone fremeva di sdegno di fronte al comportamento irriguardoso di Gaio, e avrebbe voluto ripetutamente riprenderlo; ma era consapevole di non potersi svilire litigando col figlio per una donna davanti ai loro subordinati e clienti, e lasciava correre. Si era solo limitato a suggerire a Clelia di ignorare ostentatamente il ragazzo, e lei si era subito adeguata, facendo finta che non esistesse.
D'altra parte, la giovane non rivolgeva la parola neppure a Cesone. Rispondeva a monosillabi alle sue domande, e anche quando era sollecitata a parlare, con domande sulla sua famiglia e sui suoi desideri, si manteneva evasiva e di poche parole. Ma a lui sorrideva, a Gaio no. Per il resto, aveva sempre un'espressione enigmatica, indecifrabile, che non faceva che accrescere il suo fascino agli occhi di Cesone.
Tuttavia, lui provava vergogna per essersi messo in competizione col figlio. E per una donna, poi, non per onori e cariche. Talvolta veniva assalito dai dubbi ed era tentato di liberarsi della ragazza restituendola a Gaio o liberandola, ma quando incrociava il suo sguardo candido e puro, desiderava ardentemente specchiarsi in lei e perseverava nell'intento di conquistare il suo cuore. E non si preoccupava pi di cosa avrebbero potuto pensare i suoi uomini o suo fratello Marco, che di sicuro lo biasimavano perch era l'unico, nella fortezza, a tenere una donna a propria disposizione. Non si curava dei loro sussurri quando passava, dei loro sguardi in tralice o dei risolini: se i Fabi avessero vinto la loro guerra privata contro i Veienti, avrebbero avuto anch'essi la loro parte di soddisfazioni e di bottino. E se avessero perso... be', non avrebbe pi avuto alcuna importanza.
Si rendeva conto di aver perso la testa e di non essere pi in grado di far fronte lucidamente alle proprie responsabilit, e ringraziava gli di per la presenza di Marco, che si stava assumendo tutti gli oneri del capofamiglia senza pretendere da lui nulla di pi di quanto poteva dargli in quel momento. D'altra parte, il fratello aveva avuto tutto dalla vita, lui solo la gloria militare; e si era accorto che la realizzazione delle proprie ambizioni aveva poco a che fare con la serenit e tanto meno con la felicit: era soprattutto una questione di soddisfazione personale. La serenit, quella vera, apparteneva alla sfera sentimentale e lui, al contrario di Marco, non l'aveva mai provata. Troppo distratto dal miraggio della gloria, si era consumato in una solitudine che, per quanti successi avesse conseguito, gli aveva portato in dote frustrazioni e squilibri, inevitabilmente amplificati in un figlio come Gaio. Il fratello era riuscito a completarsi, a realizzarsi in ogni campo - come condottiero, politico, capo della gens, marito e padre - ed era una persona solida e coerente, stabile e serena in ogni decisione, un esempio per i suoi figli; lui si sentiva inespresso e instabile, e si rendeva solo a tratti conto di aver riposto tutte le sue speranze di diventare una persona pi completa in una ragazza che neppure conosceva, in un momento in cui avrebbe dovuto dedicarsi ad altro e con una selva di minacce che gravavano sul capo suo e della sua gens.
Potrai mai amarmi, Clelia?. Cesone la stava contemplando, quando fu investito dall'improvviso impulso di farle la domanda che poneva a se stesso da giorni. Era assiso sulla sua sedia, con i gomiti poggiati sul tavolo, dove campeggiavano pile di rotoli con documenti e atti delle sue propriet, che l'amministratore gli aveva portato da Roma perch li controllasse. L'etrusca, invece, puliva con cura la sua corazza, come faceva ogni sera dopo le esercitazioni cui Cesone partecipava per tenere in forma i suoi uomini e continuare ad addestrare i pi sprovveduti e inesperti.
La ragazza si volt e lo guard con quella sua espressione indecifrabile, che accompagn con un sorriso enigmatico. Stava per aprire la bocca quando nella stanza irruppe uno dei figli di Marco. Notizie da Roma, zio. Mio padre  tornato, disse il giovane che Cesone avrebbe tanto voluto avere come figlio al posto di Gaio. Il ragazzo rimase ad attenderlo sulla soglia, pertanto Cesone non pot insistere con Clelia. Frenando un gesto di stizza che sarebbe apparso quantomeno inopportuno, l'uomo usc dal proprio alloggio e si avvi verso quello del fratello, seguito dal nipote. Nella corte della fortezza, tutti stavano confluendo verso l'ingresso, dove evidentemente era appena entrato Marco.
Cesone vide il fratello procedere a grandi passi verso i propri alloggi, facendosi largo in mezzo a un nugolo di persone che gli chiedevano notizie. Ma Marco si limitava a dichiarare che avrebbero saputo tutto a suo tempo; era chiaro che voleva parlare con lui, prima, e Cesone si vergogn per essersi disinteressato della faccenda. Quando finalmente si ritrovarono faccia a faccia nell'alloggio di Marco, con i figli disciplinatamente appostati fuori la porta in attesa di disposizioni e per arginare la gente che vi si assiepava intorno, il fratello lo guard a lungo fisso negli occhi, poi disse:  andata. Il Senato ha negato ai Veienti l'autorizzazione a consegnare i colpevoli della strage e a smantellare la fortezza.
Cesone tir un sospiro di sollievo. Dunque abbiamo vinto?, chiese, col cuore pi leggero.
Non proprio. La guerra contro Veio torna a essere un affare privato dei Fabi, qualunque cosa succeda. Non manderanno alcun rinforzo in caso di attacco nemico. Abbiamo vinto noi, ma purtroppo hanno vinto anche gli Emili.
E ora che si fa?. La domanda che Cesone fece a Marco implicava l'ammissione di aver ormai delegato al fratello la conduzione degli affari di famiglia. E Marco non ne era affatto contento: non c'erano mai stati grossi contrasti tra i due - e prima della morte di Quinto, tra i tre fratelli - e lui condivideva volentieri le decisioni con Cesone, nella consapevolezza che agissero entrambi per il bene della famiglia e, contestualmente, della Repubblica, di cui i Fabi erano tra i maggiori artefici e sostenitori. La mancanza dell'apporto del fratello, che ormai preferiva rimettersi alle sue decisioni e interessarsi d'altro, lo faceva sentire privo di quella solidariet familiare che aveva sperato di creare dopo la morte del loro padre. Sul letto di morte il genitore, che aveva agito in prima persona per far cadere la monarchia, gli aveva fatto giurare di fronte agli di di fare di tutto per mantenere la coesione della famiglia e di agire sempre come se i tre fratelli fossero una persona sola, per il bene dei Fabi e dello Stato di cui il vecchio aveva creato le fondamenta. Era un mondo nuovo quello che stava nascendo grazie alle loro gesta, e Marco era consapevole che, per consolidarlo, erano necessari sani princpi e valori, ma era anche vitale agire all'unisono in una Repubblica giovane, eppure gi minata dai contrasti tra le grandi famiglie e tra queste e la plebe.
La monarchia sarebbe potuta tornare. I popoli vicini avrebbero potuto conquistare Roma. L'Urbe sarebbe potuta cadere dall'interno. Nulla era pi incerto del futuro della Repubblica, o pi labile del suo destino: Roma era come una palizzata facile da divellere, e solo rafforzando ciascun palo, piantandolo bene in profondit, si poteva sperare di resistere alle tante minacce che gravavano sul suo capo. E ogni palo era un clan familiare, la cui stabilit era fondamentale per la sopravvivenza non solo della singola stirpe, ma dell'intera citt, che aveva superato dure prove dall'assedio di Porsenna in poi. Marco aveva l'impressione che ne stessero arrivando di ancor pi difficili.
Per questo non intendeva intromettersi nelle questioni personali di Cesone - che pure avrebbe voluto riprendere per la tolleranza che mostrava nei confronti del figlio e soprattutto per le distrazioni che si stava concedendo - quando, invece, avrebbe dovuto mettere tutto se stesso al servizio della famiglia e di Roma. Ma non poteva neppure fare a meno di ignorare la brutta china che aveva preso il fratello.
Prova a dirmelo tu, rispose infine. Vorrei tanto valermi della tua piena attenzione, in queste circostanze. Cosa farebbe il Cesone Fabio che mi ero abituato a stimare negli anni passati?.
Vide che il fratello era piuttosto imbarazzato. Pur non volendo, l'aveva punto sul vivo.
Io... io penso che dovremmo assumere l'iniziativa, per spaventare i Veienti e tenerli lontani da questa fortezza e dal territorio circostante, rispose infine Cesone.
Pi che giusto, ma hanno dimostrato di poter contare sull'aiuto delle altre undici citt con cui sono confederati..., gli fece notare, sperando che il fratello arrivasse da solo alle inevitabili conclusioni. Doveva assolutamente restituirgli il gusto del comando e della prima linea, il senso di responsabilit e il coinvolgimento emotivo nella costruzione della Repubblica.
Cesone riflett per qualche istante. C' rimasto un po' di denaro per trarre dalla nostra parte i maggiorenti delle citt tirreniche?.
C'era arrivato, per fortuna. E Marco aveva gi la risposta pronta: Ne ho impiegato parecchio, a Roma, tra senatori e tribuni della plebe, perch almeno non ci ostacolassero. Io credo che baster promettere agli amministratori di due o tre citt tirreniche di farli diventare i nostri interlocutori privilegiati quando si tratter di commerciare in sale: la prospettiva di arricchirsi dovrebbe indurli a non sostenere l'alleanza contro di noi. E se le altre citt vedranno mancare la coesione nella confederazione, abbandoneranno Veio a se stessa....
Proprio come il Senato ha abbandonato a se stessa questa fortezza..., comment amareggiato Cesone.
Non proprio, rispose Marco. Ovviamente, i senatori sperano di trarre il massimo vantaggio possibile dalla nostra guerra privata, e diciamo che rimangono in attesa degli eventi, valutando di volta in volta se  il caso di intervenire in nostro sostegno. Ma considera che, se ce la caviamo da soli, potremo pretendere di pi, in caso di successo.
E come conti di riuscirci?
Con la tua strategia, ovviamente, replic. Riprendiamo a razziare il loro territorio, mentre stipuliamo degli accordi bilaterali con le altre citt. Alla fine forse tenteranno di assalirci, ma questa fortezza non  facile da espugnare, e saranno costretti a venire a patti con noi. A quel punto, potremo sbattere in faccia al Senato, agli Emili e a gente come Menenio Agrippa, quanto abbiamo ottenuto, e non ci sar traguardo che il popolo ci impedir di raggiungere.
Quindi?
Quindi, adesso io vado a Chiusi a parlare col lars della citt, tu invece condurrai una scorreria presso le fattorie pi vicine. Magari evitando gli eccessi di tuo figlio, per non indisporre troppo i Veienti....
Cesone annu. E sia, dunque. Confido nelle tue capacit diplomatiche di tenere fuori dal conflitto le citt della confederazione tirrenica, rispose.
E io nelle tue capacit di soldato di condurre delle razzie onorevoli, che non ci facciano apparire dei selvaggi agli occhi di chi le subisce, ma solo dei conquistatori, quali noi Romani aspiriamo a essere fin dai tempi della monarchia, dichiar Marco, sperando sinceramente di aver recuperato il fratello alla loro comune causa.
Cesone e Marco uscirono insieme dall'alloggio del comandante, e subito si ritrovarono in mezzo a una folla di persone che attendeva trepidante notizie. In prima fila, c'erano i figli di Marco e quelli di Quinto, ma non Gaio, e Cesone se ne stup. Mentre il fratello annunciava quanto avevano stabilito, lui continu a guardarsi intorno e, nel frattempo, a riordinare le idee. Si sentiva travolto da una miriade di emozioni: aveva sempre voluto emulare Marco ed essere alla sua altezza, e adesso gli si presentava l'occasione di farlo; ma, nello stesso tempo, aveva capito di aspirare anche ad altro, e aveva l'impressione di essere vicino a raggiungere pure quell'obiettivo, finalmente. Tuttavia in quel momento il secondo fine sembrava in contrasto col primo. Le due pulsioni opposte lo laceravano, privandolo cos della determinazione necessaria per affrontare le sfide che lo attendevano.
Eppure era consapevole di trovarsi al centro di eventi determinanti per il futuro non solo di Roma, ma della sua gens, di cui aveva la responsabilit. Ogni sua mossa, ogni suo errore, avrebbero influito sul destino delle centinaia di persone che facevano affidamento su di lui.
Le dichiarazioni di Marco furono accolte con entusiasmo dal presidio. Erano tutti pronti ad affrontare i pi grandi pericoli per il prestigio della famiglia, e questo rendeva Cesone orgoglioso. Ma continuava a trovare strana l'assenza di Gaio. La sua mente inizi a lavorare per organizzare la successiva incursione, tuttavia non riusciva a concentrarsi del tutto: il pensiero del figlio da una parte e quello della mancata risposta di Clelia dall'altra lo distoglievano dal suo compito. Poi, d'improvviso, senza volerlo associ i due pensieri collaterali e un brivido gli corse lungo la schiena. Si fece largo tra la folla e si precipit al suo alloggio. Apr la porta e vide quel che aveva temuto: Gaio teneva la ragazza stretta con un braccio e la baciava appassionatamente, toccandola ovunque con l'altra mano.
E Clelia lo lasciava fare.
Fu pi forte di lui. Si gett sul figlio e fece cadere a terra entrambi, poi prese a tempestare di pugni e sberle Gaio, che in un primo momento mostr di non voler reagire.
Puoi avere tutte le donne che vuoi, a Roma. Perch desideri questa?, gli url, quando lo ebbe immobilizzato sul pavimento.
Sei tu che l'hai voluta. Era mia, rispose asciutto il giovane, che subito dopo mostr di sapersi liberare facilmente dalla sua stretta, spingendolo via e rimettendosi in piedi con una rapidit disarmante. Poi si limit a fissarlo mentre si rialzava anche lui.
Non ne avevi diritto. Io s, e per mille buone ragioni, replic Cesone, avventandoglisi di nuovo addosso. Stavolta Gaio lo ferm con un pugno allo stomaco, che lo fece piegare in due e ricadere in ginocchio, ai suoi piedi. Un istante dopo, il ragazzo si volt e se ne and via, lasciandolo a capo chino, deluso e umiliato come mai si era sentito nella sua vita.
Clelia lo prese delicatamente per un braccio aiutandolo a tirarsi su. Cesone si ritrasse come se fosse stato morso, e si rimise in piedi da solo, lo stomaco ancora dolorate per il forte impatto. Aveva sempre saputo che Gaio era forte e che avrebbe potuto essere un guerriero eccezionale, se ne avesse avuto la tempra.
Perch non hai gridato o chiesto aiuto?, le disse senza poter evitare di assumere un'espressione dura.
Sarebbe servito?, rispose lei.
Certo.
Sono una preda. Una schiava.
Per me eri... sei molto di pi.
La ragazza non rispose. Continu a fissarlo, per, senza lasciar trasparire le sue emozioni. Sembrava quasi che non ne avesse, in verit. Non pareva neppure turbata da quel che era appena successo.
Lo stavi baciando, riprese Cesone.
No, lui baciava me.
So che una tua amica, quando vi hanno prese, ha reagito al tentativo di stupro. Tu lo assecondavi, invece.
Era mia sorella. Ed  morta.
Stavolta fu Cesone a tacere. Avrebbe voluto replicare, ma non gli venne in mente alcuna parola che potesse farlo passare dalla parte della ragione. Accolse con gratitudine l'arrivo di un soldato, che gli comunic la partenza del fratello per l'Etruria e di essere a disposizione con l'intera centuria per l'incursione.
...
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...
4.
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Cesone aveva accumulato sufficiente esperienza bellica da sapere che, spesso se non sempre, a un'azione corrispondeva una reazione. E i Veienti avevano impiegato poco a reagire alla sua incursione. Erano passati solo sei giorni, infatti, da quando aveva condotto la scorribanda lungo il confine, che gli era valsa il possesso di un gregge di pecore e di attrezzi agricoli e domestici, e gi un esercito in armi era schierato davanti alle mura della fortezza del Cremera. Aveva lasciato andare tutti gli abitanti della fattoria che aveva depredato, aveva vietato ai soldati di abusarne o di ucciderli, ma ci non era servito a placare le ire della citt etrusca, che aveva immediatamente rinnovato le ostilit, arrivando a tentare ci che fino ad allora non aveva neppure osato: l'assalto al fortilizio.
E tutto ci accadeva mentre Marco era da qualche parte in Etruria. Nella migliore delle ipotesi, con la fortezza circondata avrebbe avuto difficolt a rientrare; nella peggiore, gli Etruschi lo avrebbero usato come ostaggio impedendogli di partire da Chiusi.
Adesso, Cesone si trovava a dover fronteggiare l'attacco nemico senza il saggio consiglio del fratello; un tempo avrebbe affrontato la sfida con coraggio e determinazione, ma ora si sentiva in confusione, e non avrebbe desiderato nulla di pi al mondo che averlo al suo fianco, per valersi dei suoi preziosi consigli e seguirne l'esempio. Invece, doveva cavarsela da solo.
Cerc di capire quanti uomini si era portato dietro il comandante etrusco. La presenza di folte boscaglie intorno alla fortezza non rendeva agevole il compito, anche se i Romani avevano badato, nei mesi precedenti, a spianare il terreno pi vicino al presidio. L'orografia era molto mossa in quella parte del Lazio, e molti nemici potevano nascondersi non solo dietro gli alberi pi lontani, ma anche negli avvallamenti e dietro i dossi tutt'intorno. Per fortuna, il Cremera e il Tevere impedivano a eventuali assedianti di circondare interamente il fortilizio, e quella era la ragione per cui i Fabi si erano sentiti sicuri nella scelta del sito in cui erigerlo.
Ma adesso, Cesone non si sentiva pi tanto sicuro. Se Marco aveva ragione, si trattava solo di Veienti e, a giudicare da quel che vedeva, non erano un'armata sterminata. Con una valida difesa, sarebbe stato possibile resistere finch gli assedianti non ne avessero avuto abbastanza. Ma i Fabi avevano bisogno del miglior Cesone, e lui non era certo di esserlo. Sentiva che la sua mente andava ancora troppo spesso a Clelia, e l'ostilit nei confronti del figlio non gli permetteva di dargli ordini in modo equilibrato.
Gli avversari non gli concessero altro tempo per pensare. Aveva appena disposto i difensori sugli spalti, distribuendoli in modo regolare sui due lati di terra, quando scatt l'attacco. Da dietro gli alberi e dagli avvallamenti del terreno spunt fuori un numero di guerrieri almeno doppio rispetto a quelli visibili fino ad allora. Il loro comandante aveva deciso di concentrare una colonna principale sulla sezione frontale, dove intendeva provocare lo sfondamento, e una diversiva sull'altro lato di terra, per sottrarre ai difensori forze dal settore principale.
Cerc di capire come avrebbe ragionato il fratello per fronteggiare il pericolo, ma poi decise che doveva seguire il suo istinto: era stato un valente condottiero in ripetute campagne, celebrato come uno dei vanti di Roma, e non doveva far altro che affidarsi all'esperienza. Sapeva che suo figlio si sarebbe offeso se non gli avesse lasciato il comando di un settore, cos gli grid di riunire una centuria e di collocarsi sul fronte secondario; ma gli affianc il figlio maggiore di Quinto, sperando che riuscisse a temperarne l'animo instabile. Calcol che gli rimanevano circa duecentoventi uomini, e li distribu rapidamente in una linea continua lungo il lato sottoposto all'attacco principale. Gli Etruschi si avvicinavano percorrendo di corsa lo spazio aperto che li separava dalle mura, ma il terreno ondulato, che li aveva avvantaggiati fino ad allora, adesso li ostacolava: le asperit non consentivano loro di procedere in formazione e ne rallentavano la spinta. Quelli che portavano le scale per valicare muro e palizzata soprastante incespicavano di frequente e rimanevano dietro rispetto ai compagni pi leggeri.
In breve, i pi rapidi arrivarono sotto il vallo isolati, senza alcuna protezione n mezzi per scalarlo. Cesone disponeva di pochi arcieri e veliti, ma ne approfitt subito: ordin a tutti i suoi tiratori di agire, e una pioggia di proietti cadde sui malcapitati guerrieri, giunti troppo presto a ridosso dell'obiettivo. Fece una strage, a dispetto dei loro tentativi di difendersi con gli scudi. Quelli che li seguivano stavano per fermarsi, ma ormai erano troppo vicini per tenersi fuori dalla portata dei tiratori, e in breve subirono la stessa sorte. Cesone constat con soddisfazione che la battaglia era appena iniziata e gi il terreno antistante la fortezza era costellato di cadaveri e feriti veienti, mentre i suoi erano ancora illesi. Si metteva bene.
Distribu i figli di Marco alle estremit del fronte principale, perch seguissero il suo esempio con i difensori piazzati nel loro settore. Nel frattempo, gli altri assalitori avevano vistosamente rallentato l'andatura, a scapito della velocit ma a vantaggio della coesione. Adesso provavano a formare ranghi compatti, e gli uomini con le scale erano aiutati dai compagni a superare le asperit. Si fermarono a distanza di sicurezza e si prepararono all'assalto. Anche Cesone blocc i suoi, impedendo loro di sprecare altri proietti, e attese in un silenzio spettrale, scandito dal rimbombo dei calzari nemici sul terreno e da scudi, lance e spade che sbattevano man mano che le file si compattavano.
Riservate i colpi per il loro attacco! Non appena riprendono a correre, mirate soprattutto a quelli con le scale!, grid, assicurandosi che avessero sentito anche gli uomini del settore di Gaio. Ma proprio da l proveniva un soldato, che raggiunse Cesone risalendo gli spalti: Comandante, devi venire dalla parte sul Cremera, presto!.
Cesone non intendeva muoversi un istante prima del prevedibile assalto. Cosa c'?, si limit a chiedere.
I Veienti hanno calato nel Cremera delle barche per trasferire sul quel lato delle truppe, annunci il soldato, affranto: anche lui si rendeva conto di ci che quella manovra comportava.
Cesone ne fu sgomento. Non poteva sottrarre effettivi al fronte principale, minacciato da un esercito massiccio, ma non poteva neppure trascurare quella minaccia.
Penso che....
Fu interrotto da un altro soldato, proveniente dall'estremit opposta del suo lato. Comandante, c' Marco Fabio!  su un'imbarcazione lungo il Tevere, e sta cercando di rientrare! Dobbiamo aiutarlo!.
In quel momento, l'urlo di guerra corale dell'esercito nemico richiam la sua attenzione oltre gli spalti.
I Veienti stavano attaccando in forze.
Marco sarebbe voluto tornare indietro, ma ormai era tardi. E la corrente del Tevere era troppo forte per risalirla, in quel momento. Ignorava che gli Etruschi stessero attaccando il forte proprio quando lui aveva scelto di rientrarvi, e non avrebbe voluto dare anche quella grana al fratello: Cesone, prevedibilmente, aveva gi il suo daffare a fronteggiare l'attacco. Sapere che la sua missione aveva avuto successo, e che nessuno avrebbe aiutato i Veienti, era di magro conforto: nessuno avrebbe aiutato i Fabi, se era per quello.
I cinque uomini di scorta che erano con lui nell'imbarcazione sembravano in preda al terrore. Comandante, l'unica cosa che ci rimane da fare  remare pi forte che possiamo e tentare di sfuggire al nemico passandoci in mezzo. Con un po' di fortuna, potremmo valerci della corrente per arrivare fino a Roma e metterci in salvo, disse uno di loro.
Marco lo fulmin con lo sguardo. Sottraendoci alle nostre responsabilit?, dichiar indicando poi la fortezza. L dentro ci sono i miei figli e mio fratello, che difendono l'onore di Roma e della nostra famiglia, e io non li lascer soli. No, prenderemo terra sotto le mura e ci faremo issare dentro!.
Gli uomini lo guardarono come se fosse pazzo, ma un'occhiata sugli spalti lungo il Tevere gli fu sufficiente per capire che Cesone si aspettava da lui proprio quel che aveva appena detto: degli uomini agitavano delle corde, cercando di attirare la sua attenzione. Ma proprio in quel momento, alla confluenza tra il Tevere e il Cremera, spuntarono altre imbarcazioni.
Imbarcazioni nemiche.
Stavano cercando di traghettare guerrieri sotto le mura lungo il Cremera, dove i difensori erano pressoch assenti, al momento, e dove i bastioni erano di portata pi modesta. Ma si erano anche accorti del suo arrivo, e si apprestavano a bloccarlo. Contemporaneamente, lungo la riva si stavano muovendo dei soldati: fanteria leggera, not, dotata di giavellotti. Il letto dell'affluente del Tevere era sufficientemente stretto da consentire ai tiratori di raggiungere il bersaglio, anche se Marco si fosse tenuto a ridosso delle mura.
Tuttavia doveva provarci. Ordin ai rematori di virare verso la riva della fortezza, proprio quando iniziarono a piovere i primi proietti dalla sponda opposta. Una lancia cadde in acqua a poche spanne dal bordo della barca, un'altra, subito dopo, addirittura la oltrepass. Un paio di imbarcazioni nemiche superarono la confluenza tra i due fiumi e avanzarono verso di loro. Marco osserv gli spalti: sul suo lato, i Romani erano ancora scarsi; i tre con la corda, pi quattro soldati. Poi comparvero altri cinque uomini che gli parvero arcieri: suo fratello doveva averli mandati l a proteggere il suo sbarco. Ma cinque arcieri erano ben poca cosa, rispetto alle minacce che lo circondavano: avrebbe dovuto fare anche lui la sua parte.
Tuttavia, i tiratori iniziarono a scagliare i loro dardi sulle barche nemiche. Centrarono almeno un paio di bersagli, ma la loro azione non interruppe quella degli avversari. Le due barche convergevano sulla sua, e l'avrebbero raggiunta prima che riuscisse a toccare la sponda. Poi un urlo lacer le sue orecchie: uno dei rematori si ritrov con un giavellotto piantato nel collo, si accasci sul bordo della barca e poi cadde in acqua, scomparendo tra i flutti. Fu Marco stesso a riprendere il remo e a indirizzare i suoi sforzi verso la riva, osservando i tiratori sulla sponda opposta, uno dei quali gioiva per aver fatto centro.
Uno dei suoi, terrorizzato, si butt a sua volta in acqua e cerc di nuotare verso la riva. Ma nulla pot contro la corrente, che lo trascin via, consegnandolo di fatto alle altre imbarcazioni, da cui partirono le lance che lo trafissero e lo mandarono a fondo. Frattanto, proseguiva instancabile l'opera degli arcieri sugli spalti, che avevano colpito altri uomini nelle due barche pi vicine. Ma sulle due zattere erano ancora in molti: una volta a contatto con esse, Marco e i tre Romani che gli erano rimasti non avrebbero avuto speranza.
Il comandante rem pi alacremente che pot e poi, quando fu a ridosso delle due imbarcazioni nemiche, cedette il remo a uno dei suoi ed estrasse la spada dal fodero. Ormai le tre barche erano talmente vicine che i tiratori di entrambe le parti avevano sospeso il lancio e protendevano le aste per colpire in affondo; punte metalliche guizzavano accanto a Marco, lambendone i fianchi. Ma erano anche tutti vicini alla riva sotto le mura.
Rimaneva una sola possibilit. Gettatevi in acqua e nuotate verso la riva!, grid ai suoi, poi attese che lo facessero loro, prima di buttarsi a sua volta; un istante dopo, pi lance fendettero l'aria nel punto da cui si era tuffato. Il fondale era basso e, dopo qualche bracciata, raggiunse i canneti lungo la sponda e vi si addentr. Guardandosi intorno, vide uno dei suoi galleggiare con una lancia nella schiena, un altro protendere le braccia oltre la superficie dell'acqua e annaspare: forse non sapeva nuotare, o forse era rimasto invischiato nella melma del fondale.
Risal la sponda sentendo frecce sibilare sopra la sua testa. Come aveva previsto, adesso che aveva lasciato lo specchio d'acqua gli arcieri romani avevano ripreso a tirare sulle barche e nessuno dei nemici badava pi a lui, preferendo proteggersi dai tiratori sugli spalti. Con il suo subalterno, raggiunse la base delle mura, dove gli vennero calate delle corde. Se ne leg una alla vita e si fece issare, imitato dal soldato. Ma a met muro lo sent emettere un urlo strozzato: una lancia gli aveva trapassato la schiena.
Quando raggiunse la sommit della palizzata, si fece aiutare a valicarla, rendendosi conto di essere l'unico a essere scampato al blocco nemico.
E che non c'era settore degli spalti che non fosse impegnato nella battaglia.
Troppo pochi gli arcieri, per fronteggiare l'assalto. Suo padre aveva voluto metterlo in difficolt, si disse Gaio mentre assisteva all'avanzata veiente. Come fermare le centinaia di guerrieri che si avvicinavano alle mura dal lato che gli era stato affidato? Senza dubbio, Cesone intendeva fargli fare una brutta figura per dimostrare che non era in grado di sostenere le responsabilit, vendicandosi cos delle umiliazioni che riteneva di aver subto da lui. Ma per gli di, non si rendeva conto che in quel modo metteva in pericolo l'intera fortezza?
Vai dal comandante e fatti dare altri arcieri, forza!, grid a uno dei suoi luogotenenti, che rimase a guardarlo trasecolato.
Ma... tribuno... Tuo padre sta fronteggiando l'attacco principale, e ne ha bisogno. Noi dovremmo arrangiarci con quello che abbiamo..., azzard quello.
Gaio si avvicin di un passo e gli assest una sberla, ma centr il paraguance dell'elmo, facendosi anche male. Il che accentu la sua stizza. Non azzardarti a discutere i miei ordini!, grid, ma poi diede per scontato che il padre non gli avrebbe dato un solo uomo, e decise di andare a reclamare personalmente: di fronte alle sue giuste richieste, Cesone non avrebbe potuto negargli aiuto senza apparire meschino davanti ai propri uomini.
Lascia perdere, vado io. Assumi tu il comando: e se un solo etrusco varcher il muro, mi occuper in prima persona della tua esecuzione!, dichiar, lasciando il subalterno sul posto senza badare alla sua espressione ancora allibita. Probabilmente stava dando l'impressione di abbandonare il settore di cui era al comando, ma non gli import: non aveva intenzione di beccarsi una lancia o una freccia in piena fronte stando in piedi sugli spalti, e le sue necessit di richiedere rinforzi gli fornivano un pretesto per tenersene lontano, almeno per il momento; poi, avrebbe studiato qualche altro espediente: la vita era troppo preziosa per giocarsela in modo tanto stupido.
Ridiscese gli spalti e corse verso il settore frontale, risalendo poi la rampa che lo portava al cospetto del padre. Lo trov addossato al parapetto, impegnato a respingere un assalitore riuscito a inerpicarsi fino alla sommit della palizzata. Per un istante, ritenne di doverlo aiutare, ma poi si disse che era abbastanza in gamba da risolvere da solo la faccenda; infatti, subito dopo Cesone afferr per la nuca l'avversario puntandogli la spada al petto, poi lo spinse contro i puntali della palizzata, uno dei quali gli trafisse la gola. Il cadavere rimase penzolante lungo la barriera, a costituire un ulteriore baluardo contro i successivi tentativi di scalarla. Poi Cesone si sporse oltre i puntali e butt gi la scala di cui il nemico si era valso, e con essa precipitarono a terra almeno altri due Veienti.
Gaio continu a rimanere nella parte posteriore degli spalti, badando bene a tenersi in seconda linea. In quel punto, se ne rese conto, era il solo che non fosse addossato alla palizzata a ricacciare indietro i nemici. Ma d'altra parte nessuno avrebbe potuto dirgli nulla: non era la zona di sua pertinenza. Il padre si accorse della sua presenza: Cosa fai qui? Ti ho assegnato il settore laterale! Hai fatto qualcosa per arginare i Veienti che stanno attraversando il Cremera?
E che, spetta a me il Cremera?, rispose, indispettito. Con quei pochi uomini che gli aveva dato, il padre pretendeva pure che difendesse due lati della fortezza? Era chiaramente in malafede.
Certo che ti spetta. Stanno cercando di entrare nel punto accanto al tuo. Suppongo tu sia venuto a chiedermi rinforzi per fronteggiarli. Ma non potevi mandare un soldato semplice?
Veramente, ho bisogno di arcieri per il mio settore. Non ho intenzione di occuparmi del Cremera!, protest.
Il padre lo guard con occhi di fuoco. Che cosa?, grid. Tu abbandoni la tua postazione, e per giunta te ne freghi della minaccia al tuo fianco, solo per venirmi a chiedere rinforzi che serviranno a pararti il culo?
Io sono il comandante del mio settore e devo....
Non pi, lo interruppe Cesone, che poi chiam uno dei figli di Marco. Lucio, assumi il comando del settore laterale! E prendi con te dieci uomini dei miei per fronteggiare l'attacco dei Veienti lungo il fiume!.
Il ragazzo annu, radun i soldati nel punto delle mura in cui la pressione nemica sembrava minore, e ridiscese gli spalti.
Non puoi farmi questo!, protest Gaio, sgomento.
Certo che posso. Per manifesta codardia e incapacit. E se ce la caviamo, stavolta adotter i provvedimenti che meriti!, replic il padre, dandogli una volta per tutte le spalle e riprendendo ad aiutare i suoi soldati.
Gaio non sapeva cosa fare. Tornando al proprio settore si sarebbe reso solo ridicolo, poich lo avrebbe fatto da subalterno di suo cugino, un'umiliazione troppo cocente. Ma rimanere l accanto al padre sarebbe stato altrettanto umiliante, a meno di non dimostrargli che si sbagliava impegnandosi nel combattimento in prima linea. Consider l'opzione, che per fu costretto a scartare subito perch comportava il rischio di morire. D'altra parte, il padre non gli aveva dato altri ordini, e si consider libero di fare quel che riteneva pi opportuno.
Comandante, tuo fratello  riuscito a rientrare!. Uno dei soldati giunse sugli spalti e comunic a Cesone la notizia che tutti attendevano, suscitando un urlo di gioia tra i difensori. L'ex console lev le braccia al cielo, e i Romani ripresero a combattere con maggior vigore, spiccando la testa di chiunque provasse ad affiorare oltre la sommit della palizzata.
Tu, renditi utile. Vai da tuo zio Marco e digli di assumere il comando del settore del Cremera, lasciando a suo figlio quello che era di tua pertinenza! Poi rimani con lui: di uomini ne ha talmente pochi da quella parte che anche un codardo come te pu fargli comodo!, intim Cesone a Gaio.
E cos, adesso aveva un compito. E non era neppure troppo pericoloso, si disse il giovane. Ridiscese gli spalti e si diresse verso l'affluente del Tevere. Marco aveva gi capito dove la sua presenza era pi necessaria: si era piazzato lungo gli spalti sul Cremera e, in quel momento, un altro dei suoi figli lo aveva raggiunto. Gaio lo vide prendersi gli uomini che Lucio aveva condotto con s e spedire il figlio nel settore a fianco: in pratica, stava facendo esattamente quello che aveva pensato Cesone. Il giovane ritenne pertanto che non fosse pi necessario comunicargli gli ordini del padre. E pens che fosse ancora troppo presto per andare ad affiancarlo: i Romani cominciavano solo allora a organizzarsi in quel settore, e il pericolo che gli Etruschi risalissero le mura era troppo alto: meglio raggiungerli quando avessero ristabilito le difese.
Intanto, poteva approfittarne per togliersi una soddisfazione. Cambi direzione e and verso gli alloggi del padre.
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5.
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Cesone e Marco si abbracciarono tra le urla di trionfo dei loro aderenti. L'esercito nemico si era ritirato, lasciando intorno alla fortezza e nel fiume decine, forse centinaia di morti. E non era stato neppure troppo difficile: il caposaldo si era davvero dimostrato inespugnabile, ed era bastata una manciata di uomini per respingere un'armata che doveva ammontare a quasi due migliaia di guerrieri.
Cesone guard il fratello con orgoglio. La sua missione aveva svolto una parte importante nella vittoria, dimostrando che, senza l'aiuto delle citt tirreniche, i Veienti non avrebbero mai potuto cacciare i Fabi dal Cremera. E si sentiva anche fiero di se stesso: aveva iniziato la battaglia pieno di dubbi e timori - e ancora col pensiero di Clelia fisso nella mente - ma entrando nel cuore del combattimento si era liberato di ogni fardello e l'istinto del guerriero aveva prevalso: aveva cos ritrovato tutte le sensazioni che gli avevano consentito, nel corso degli anni, di diventare uno dei comandanti pi celebrati della Repubblica.
Adesso sarebbe tornato da lei pi deciso e autorevole, e forse con maggiori possibilit di conquistare il suo cuore.
Vedrai che non ci riproveranno pi. Possiamo stare tranquilli. Non sono in grado di tentare di bloccarci e isolarci con un assedio: la presenza dei due fiumi non lo consente, dichiar Marco mentre stringeva le mani dei difensori. Possiamo continuare ad applicare la nostra strategia senza paura di ritorsioni. Prima o poi cederanno e chiederanno la pace.
E stavolta il Senato ci autorizzer a stipularla in prima persona. E non ci faremo scappare l'occasione di trarne vantaggi, per Roma e per noi!, gli fece eco Cesone, sempre pi entusiasta della piega che stavano prendendo gli eventi.
Proprio cos. Questa fortezza  stata un investimento davvero proficuo. A quanto ammontano le perdite, tribuno?, chiese a uno dei figli, adottando il consueto tono formale che preferiva usare in presenza degli altri combattenti.
Otto caduti e ventidue feriti, comandante, rispose il ragazzo con altrettanta formalit, come era stato educato a fare. Cesone ebbe una fitta allo stomaco nel constatare, ancora una volta, le differenze tra i nipoti e suo figlio.
La riflessione gli fece tornare alla mente il deprecabile comportamento di Gaio durante lo scontro. Come ha combattuto mio figlio quando ti ha raggiunto sugli spalti?, chiese al fratello, ricordandosi di averlo posto agli ordini di Marco. Nel frattempo, si guard intorno e vide il giovane confuso tra la calca dei festanti, con un otre di vino in braccio.
Suo fratello esit qualche istante, prima di rispondere: Direi che non ha combattuto affatto.  arrivato quando ormai li avevamo ricacciati indietro.  stato allora che ho visto comparire Gaio: lo scontro pi ravvicinato che abbia avuto con un nemico  stato aiutare un mio soldato a tirar su una scala dalla quale avevamo gi fatto cadere a terra tutti gli occupanti....
Cesone scosse la testa. Immaginavo che se la sarebbe presa comoda, comment amareggiato. Ne ha combinate di tutti i colori, durante l'assalto: ha abbandonato il settore di cui, con eccessiva generosit, gli avevo assegnato il comando, ha preteso rinforzi nonostante non ne avesse bisogno, e si  disinteressato del tutto del tentativo nemico di attaccarci dal fiume. E poi  arrivato da te a cose fatte....
Marco esit qualche istante, poi disse: Forse sei stato troppo morbido l'altra volta, se posso permettermi, e lui ritiene che tutto gli sia dovuto perch  tuo figlio.
Cesone non pot fare a meno di dargli ragione. Ma era il suo unico erede, per gli di! La faceva facile, lui, che di figli ne aveva tanti. Tu che faresti, se si trattasse di uno dei tuoi?, gli domand, conoscendo per gi la risposta: Marco era un uomo integerrimo.
Il fratello parve contento che glielo avesse chiesto. Fin dai tempi della monarchia, sembra proprio che gli di abbiano stabilito un destino fulgido per Roma, spieg. Ci stiamo mostrando i pi forti e tenaci tra i popoli dell'area laziale, e nonostante le tante minacce che gravano sulla nostra citt, ci stiamo espandendo ai danni dei vicini; forse un giorno andremo alla conquista di aree pi distanti, dall'Etruria al Sannio. Potremmo costituire un potentato grande come quelli delle citt-Stato greche: Atene, che domina tutta l'Attica, e soprattutto Sparta, che controlla gran parte del Peloponneso. Possiamo farlo, ma a patto di essere duri e spietati perfino con noi stessi. Non possiamo accettare che la nostra determinazione sia minata da individui lassisti e codardi, soprattutto se appartengono all'aristocrazia destinata a guidare l'Urbe. Noi patrizi siamo come gli spartiati lacedemoni: una categoria elitaria dove dovrebbe esserci selezione, e alla quale chi non  degno non ha diritto di appartenere, anche se  di nobili natali. Loro puniscono molto severamente chi non si dimostra all'altezza, e anche per questo sono e rimangono i migliori guerrieri dell'Ellade. Lo sai come hanno trattato uno dei loro che non ha partecipato alla battaglia delle Termopili perch temporaneamente cieco?
Cosa gli hanno fatto?
Lo hanno escluso da tutto, emarginato, soprattutto perch un suo compagno era nelle sue stesse condizioni eppure ha scelto di rimanere con i camerati, ha combattuto ed  caduto tra i trecento pur senza vedere nulla. So che poi quel tizio ha espiato nella successiva battaglia di Platea, cadendo dopo essersi distinto in prima fila. Ma non gli hanno neppure assegnato un premio alla memoria, per quanto lo disprezzavano, ormai.
Capisco... se escludo da tutto Gaio, gli faccio solo un favore. Del resto, vuole dedicarsi ai suoi bagordi....
Gi, e allora, adotta provvedimenti pi drastici, lo incalz Marco.
Cesone sapeva fin troppo bene dove volesse andare a parare il fratello. Ma era il suo unico figlio, e non era certo di riuscire a ordinare la sua morte. Un giorno, la memoria di Marco sarebbe stata perpetuata dai suoi eredi, che lo avrebbero collocato tra i loro Lari e venerato come una divinit, ne avrebbero raccontato le gesta ai loro figli e nipoti e il suo ricordo si sarebbe tramandato per generazioni. Se Gaio fosse morto, invece, e per sua mano, il ricordo di Cesone sarebbe scomparso ben presto, e nessuno, in futuro, avrebbe menzionato il suo nome tra le imprese dei Fabi; forse le sue gesta avrebbero perfino finito per confluire in quelle del fratello e attribuite a lui.
Con il cuore pesante, si avvi al suo alloggio. Forse il calore umano che gli offriva la presenza di Clelia gli avrebbe schiarito le idee e facilitato una decisione, qualunque essa fosse. Quando per entr nel locale, trov la ragazza accasciata su una sedia, l'espressione assente. Sotto di lei, sul pavimento, c'era del sangue, e il suo stesso vestito era macchiato di rosso.
Ecco perch Gaio aveva tardato a raggiungere Marco.
Cesone avrebbe voluto abbracciarla, confortarla, curarla. Si mosse verso di lei, poi si arrest poco oltre la soglia. Clelia si accorse di lui e lo fiss senza vederlo. E allora Cesone si vergogn per suo figlio e per se stesso, fece qualche passo indietro, si volt e and a cercare Gaio.
Stavolta l'avrebbe pagata cara.
Lo trov che festeggiava con quattro clienti dei Fabi: feccia degna di lui, tra gli aderenti della famiglia di pi infima condizione, gente senza fissa dimora n un lavoro, che nell'impresa del Cremera aveva visto una prospettiva di scalata sociale. Solo con persone del genere Gaio si trovava a suo agio, concluse Cesone avvicinandosi a lui. Il figlio era seduto a terra, visibilmente ubriaco, e rideva e scherzava con i suoi sodali come se nulla fosse. Lui lo afferr per un braccio e lo tir su energicamente. Gaio barcoll e impieg qualche istante per rendersi conto della sua identit, quindi gli sorrise con malizia. Cesone non pot fare a meno di notare che, all'altezza del pube, anche la sua tunica era macchiata di rosso.
Neppure cercava di nascondere il suo crimine, dunque.
Indignato, lo trascin al centro della fortezza, poi attir l'attenzione di un tribuno e gli disse di chiamare a raccolta gli occupanti del caposaldo in grado di camminare. Non parl al figlio che, da parte sua, continuava a ignorarlo: non si capiva fino a che punto fosse lucido o con la mente annebbiata dal vino. Cesone dovette attendere ben poco, prima che si radunasse intorno a lui un pubblico sufficiente a permettergli di dare inizio al giudizio che aveva in animo di tenere. Not che erano presenti anche Marco e i suoi figli, nonch i figli del compianto Quinto, e non perse altro tempo.
Compagni, soldati e amici!, esord. Oggi abbiamo conseguito una grande vittoria e la stiamo giustamente celebrando come si conviene a un esercito trionfante! Ma si tratta di una vittoria che  stata macchiata da un comportamento inadeguato. Tutti abbiamo compiuto il nostro dovere, abbiamo sfidato la morte e mostrato un grande coraggio davanti al nemico, tutti, dai comandanti agli ultimi soldati semplici; tutti, tranne uno. Uno di noi, infatti, un Fabio purtroppo, un membro della famiglia che non fa onore alla gens, ha eluso le sue responsabilit di comando, si  mantenuto distante dalla prima linea e si  disinteressato delle minacce che gravavano sulla fortezza, sottraendosi a qualsiasi sforzo per salvare i suoi commilitoni.  probabile che abbia anche qualche caduto romano sulla coscienza.
Cesone fece una pausa, per dare modo ai presenti di meditare sulla gravit delle accuse. Fiss Marco e lo vide annuire impercettibilmente; gli parve di aver proferito parole che sarebbero potute uscire dalla sua bocca, e continu sullo stesso tenore: Noi Fabi ci siamo assunti il grave impegno e l'onore di far rispettare il nome di Roma in questo settore del Lazio, e qualunque comportamento di codardia ci danneggia gravemente. Non possiamo tollerarlo: gli occhi di tutti i Romani ci osservano, pronti a giudicarci, e il comportamento inadeguato di solo uno di noi  sufficiente ad attirarci il biasimo di molti. Ci siamo imbarcati in questa impresa anche per nobilitare il nome dei Fabi, pertanto dobbiamo cancellare inesorabilmente qualsiasi macchia possa formarsi sulla nostra reputazione. Ed  quindi con particolare dolore che vi annuncio che l'autore di tali misfatti  il mio stesso figlio, il mio unico figlio: Gaio Fabio. Potete immaginare quello che provo nel rimetterlo al vostro giudizio, chiedendovi di non esitare a considerare quello che ha fatto come il peggior crimine che si possa commettere: ha messo in pericolo trecento persone e, se la fortezza fosse caduta per colpa sua, l'intera citt di Roma, che senza un baluardo come il nostro sar pi esposta alla reazione dei Veienti! Vi chiedo pertanto: quale punizione merita un tale crimine?.
Marco lo guard con disapprovazione, e Cesone assunse un'espressione quasi contrita; il fratello, ne era certo, si sarebbe aspettato che fosse lui stesso a condannarlo, senza delegare lo sgradevole compito agli altri. Tuttavia non ne aveva la forza: continuava a pensare di non potersi privare del suo unico figlio.
Ma gli astanti tacquero. Si guardarono l'un l'altro, imbarazzati, chinarono il capo, ciascuno aspettandosi che fosse un altro a parlare per primo, forse. Cesone comprese che avevano paura di attirarsi le ire dei comandanti: se non era lui a pronunciare la sentenza - era chiaro che non desiderava la morte del figlio - nessuno avrebbe osato contraddirlo. Guard Marco, aspettandosi che fosse lui a parlare. Ma il fratello lo fissava con severit: senza dubbio lo avrebbe fatto, ma non voleva facilitargli il compito e assumersi un onere che toccava solo ed esclusivamente a lui.
Cesone guard Gaio. Il giovane lo fiss a sua volta, e nei suoi occhi non c'era pi il torpore della sbornia; sembrava consapevole, adesso, e sul suo volto campeggiava un'espressione di sfida, priva di paura. Strano, per un uomo che veniva accusato di essere un vigliacco, e che aveva trascorso la sua breve vita evitando con cura qualunque circostanza comportasse il rischio di morire. Non era mai stato tanto vicino alla fine come in quel momento, eppure sembrava non preoccuparsene. Che considerasse il padre debole al punto di non temere che lo condannasse?
Questo indusse Cesone a decidere. Se era in corso una sfida, era deciso a vincerla. Non volete pronunciarvi e vi capisco. Spetta a me, in fin dei conti, dichiar ai presenti. E io non mi tiro indietro, per quanto male mi faccia. Io stabilisco che Gaio Fabio, colpevole di codardia, di ignavia e di aver messo in pericolo le vite dei compagni....
Mi stai condannando per il mio comportamento in battaglia o per averti soffiato la ragazza?.
Cesone si interruppe e guard il figlio, cercando di fare mente locale sulle parole che gli aveva appena sussurrato. Gaio gli restitu un sorriso pieno di perfidia, e allora il padre comprese.
Lo aveva fatto apposta.
Aveva violato Clelia proprio perch, sapendo di essere destinato a una severa punizione, Cesone fosse condizionato dal proprio senso dell'onore e si sentisse obbligato a non agire per fini personali.
Ciononostante, il padre trasse un profondo sospiro e dichiar: ...Stabilisco, dicevo, che Gaio Fabio, al prossimo scontro, occupi un posto in prima linea e non se ne allontani mai per un istante, pena la morte, concluse, pensando all'espiazione dell'unico sopravvissuto alla battaglia delle Termopili.
Il fratello lo fulmin con lo sguardo e lui chin il capo per la vergogna, ignorando l'espressione trionfante del figlio.
Cesone aveva vinto una battaglia contro i Veienti, quel giorno, ma si sentiva sconfitto. Aveva perso il confronto col figlio, aveva deluso il fratello, aveva fallito nel proteggere Clelia. Si era dimostrato ancora una volta un prode guerriero, ma aveva avuto insuccessi su tutti gli altri fronti. E ancora una volta, aveva amaramente constatato quanto poco contasse realizzare le proprie ambizioni se la vita privata era senza soddisfazioni.
Rientr nel proprio alloggio con un senso di oppressione, e con la consapevolezza di dover fare qualcosa di decisivo con Clelia. Si sentiva terribilmente in colpa con lei, ed era consapevole di aver distrutto forse per sempre la prospettiva di indurla ad amarlo. La ragazza, adesso, lo avrebbe odiato per quello che aveva permesso al figlio di farle. Gaio non aveva disonorato solo se stesso, abusando di lei, ma anche suo padre. Dal momento in cui Cesone l'aveva sottratta al giovane e l'aveva presa sotto la sua responsabilit, ne aveva assunto la tutela, e tutto ci che le accadeva era almeno indirettamente colpa sua.
Aveva dato ordine che fosse accudita e medicata, mentre lui teneva quel sommario processo al figlio, sancendo invece la propria sconfitta. Al suo rientro, pens subito di andare da lei, senza avere un'idea precisa di come restituire dignit alla propria famiglia, espiare ci che aveva permesso accadesse e compensare la ragazza per quel che aveva subto. E per sperare, se non nel suo amore, almeno nel suo perdono.
Si tolse il mantello e la spada, buss alla porta della stanza dove Clelia dormiva e, ricevuto il permesso di entrare, la apr. La trov sdraiata sul letto, sofferente nell'atteggiamento ma, come sempre, senza che l'espressione sul viso lasciasse trasparire le sue emozioni. Come in precedenza, Cesone non aveva modo di capire cosa le passasse per la testa. Ma poteva dare per scontato che ce l'avesse a morte con Gaio, con lui e con i Romani in generale. Decise di iniziare a parlare, lasciandosi guidare da quello che gli dettava il suo animo tormentato.
Dolce Clelia, mi rendo conto che non serve a nulla scusarsi per quello che mio figlio ti ha fatto, inizi, e che non cancellerebbe l'oltraggio subto n lenirebbe il tuo dolore. Hai visto tu stessa che ti ho sottratta a mio figlio perch non abusasse di te, e hai potuto constatare che non ti ho mai mancato di rispetto, nella speranza che tu capissi che la differenza di et e l'appartenenza a due popoli diversi e in guerra tra loro non dovevano costituire un ostacolo per due persone che... possono amarsi.
Fece una pausa, per darle la possibilit di intervenire. Ma la ragazza non disse nulla, e lui riprese: Hai patito solo dolore, dai Romani, e ho paura che non ci sia pi nulla che io possa fare per convincerti che non siamo animali n barbari. Hai visto morire tua sorella e forse i tuoi cari, e hai subto violenza tu stessa. Come potresti perdonarci? E come potresti amare un uomo che non solo appartiene a un popolo che ha distrutto la tua vita, ma che  anche il padre di chi ha abusato di te?
Anche in questo caso, Clelia tacque, dissolvendo ogni residua speranza di poter aggiustare le cose. Lo fissava per pochi istanti, poi distoglieva lo sguardo. Gli venne in mente che c'era solo una cosa da fare per salvare l'onore. Non riusc a credere di poterlo fare, ma le voleva troppo bene per costringerla a sopportare ancora il supplizio che le aveva involontariamente inflitto fino ad allora. Gli costava immensamente dirlo, e le parole uscirono con difficolt dalla sua bocca: Per questo, credo che la sola cosa che mi rimane da fare  restituirti alla tua gente. Potrai andartene, non appena ti sarai rimessa, e mi assicurer personalmente che tu possa riparare al sicuro dentro le mura di Veio, dove sarai al riparo da qualsiasi minaccia e potrai col tempo dimenticare, spero, il male che ti  stato fatto.
In modo del tutto irrazionale, se ne rendeva conto, sper che la ragazza apprezzasse a tal punto il suo discorso da rispondergli di voler rimanere accanto a lui. Ma quando finalmente Clelia apr bocca fu per dire quello che aveva temuto: Va bene. Andr via domani.
Cesone dovette alzarsi e uscire dalla stanza per non farsi vedere mentre piangeva.
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6.
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Cesone ordin che i soldati si disponessero ai lati della mandria e la incanalassero lungo la strada per il Cremera. Poi comand al suo ufficiale subalterno di destinare due legionari alla custodia dei quattro mandriani che erano stati sorpresi con le bestie.
La strada per il ritorno  lunga, comandante, rispose il sottoposto. Rischiamo di perdere qualche capo, se non ci facciamo aiutare dai mandriani stessi.
Cesone riflett, poi annu. Va bene. Teneteli d'occhio, per: che non facciano scherzi. Casomai, promettete loro l'immediata libert, non appena ci avranno aiutato a portare gli animali al Cremera.
Le razzie stavano diventando un problema, si disse mentre procedeva a cavallo verso la fortezza, alla testa della colonna di incursori che aveva guidato in profondit nel territorio veiente. Dopo il fallito assalto al caposaldo, gli Etruschi non ci avevano pi riprovato, e i Fabi avevano ripreso a depredare le loro terre per tutto l'autunno. Poi in inverno si erano chiusi dentro le mura, le armi avevano taciuto da ambo le parti e le trattative diplomatiche si erano pi che mai arenate, lasciando Romani e Veienti in uno stato di belligeranza sospesa fino in primavera. Con l'arrivo della buona stagione, i Fabi avevano rinnovato le loro provocazioni, ma gli Etruschi si erano fatti pi cauti e avevano sgomberato la fascia di territorio pi prossima alla fortezza.
Ormai, quindi, era sempre pi difficile trovare qualcosa da razziare: le fattorie erano state abbandonate e bisognava spingersi sempre pi in profondit per raggiungere qualche obiettivo che valesse la pena assalire. I contadini etruschi non mettevano pi a coltura terreni che correvano il rischio di essere distrutti, e i pastori e gli allevatori si guardavano bene dallo spingere greggi e mandrie troppo lontano da Veio. Di fatto, i Fabi avevano ottenuto il controllo di una fascia di territorio molto pi ampia di quella che rientrava nei possedimenti di Roma; in teoria, avevano inglobato territori nemici ed esteso la frontiera, e si erano assicurati il possesso di entrambe le sponde del Tevere.
Ma finch i Veienti non chiedevano la pace, a Roma le benemerenze dei Fabi non potevano essere riconosciute. E gente come Menenio Agrippa, che nel frattempo aveva ottenuto il consolato, considerava sempre inutile il presidio sul Cremera. Inoltre, in assenza di un trattato formale, gli Etruschi potevano in qualsiasi momento reagire e mettere in pericolo qualunque iniziativa commerciale la famiglia intendesse avviare: pertanto si trattava di una conquista del tutto inutile, se non la si poteva mettere a frutto.
Insomma, c'era bisogno di costringere i Veienti a trattare, e per farlo le razzie dovevano continuare, anche se comportavano sempre pi il rischio di esporsi a imboscate e contrattacchi, e a lunghi tragitti che obbligavano le colonne, talvolta, a stare fuori anche due giorni di fila. Per questo, ormai chiunque fosse a capo della sortita si portava dietro almeno mezza guarnigione. Che nel frattempo, grazie al momentaneo entusiasmo scatenato a Roma dalla resistenza all'assalto nemico, aveva raccolto nuove adesioni, tornando ad assommare oltre trecento combattenti: trecentosei, per la precisione, riflett Cesone avvicinandosi al Cremera.
Ma non era felice. Non c'era gloria, in quelle scaramucce contro i civili, e iniziava a pentirsi dell'iniziativa concordata a suo tempo col fratello: se i Fabi non si fossero fatti carico di una guerra privata, si diceva, a quell'ora sarebbe potuto essere console per la terza volta, e conquistarsi gloria in vere e proprie battaglie, contro i Volsci, i Sabini, gli Equi. E poi, in assenza di scontri campali, Gaio non aveva ricevuto alcuna punizione, aveva ripreso il suo consueto atteggiamento irritante e arrogante. Inoltre, Cesone aveva perso definitivamente Clelia, tornata alla sua gente con un pessimo ricordo di lui, della sua famiglia e dei Romani. E per finire, anche i rapporti col fratello, da sempre eccellenti, si stavano inevitabilmente guastando, a causa della mancanza di risultati della loro politica e della sua, in particolare, nei confronti del figlio.
No, non aveva proprio nulla di cui gioire, pens ancora una volta mentre - dopo un lungo tragitto tra alture, boschi, prati e fossi - varcava finalmente la soglia della fortezza.
Per questo non volle credere ai suoi occhi quando, subito dopo essere entrato nel fortilizio, si ritrov di fronte la statuaria figura di Clelia, che gli corse incontro non appena lo vide. La ragazza lo raggiunse e gli afferr la mano, inducendolo a scendere da cavallo e ad abbracciarla. Disorientato, la strinse debolmente a s, mentre lei, singhiozzando, lo avviluppava con forza, senza dire una parola. Sent il cuore accelerare i battiti, lo stomaco stringersi in una morsa, quando si rese conto di non averla mai abbracciata, in precedenza, nonostante l'avesse avuta in casa propria per lungo tempo. Assapor il contatto anelato col suo corpo, l'odore che emanavano i suoi capelli e la sua pelle, e solo dopo un po' gli venne in mente di chiederle perch era tornata.
Clelia si stacc lentamente da lui, lo fiss con l'espressione impenetrabile che ben conosceva, e disse: Non mi hanno voluta. Per loro sono romana, ormai, e mi hanno cacciata via quando ho dovuto dire che... che tuo figlio mi ha... E poi, ho capito che l'unica persona gentile con me sei stato tu.
Cesone si sent sopraffare dalla commozione. Clelia non aveva mai pronunciato tante parole tutte insieme, e ora lo aveva fatto per proferire quello che lui aveva sempre sognato di sentirle dire.
La accarezz con tenerezza. Ma lei non cambi espressione e disse: Mi hanno trattato peggio di tuo figlio. E ora voglio vendicarmi. Ho delle notizie per voi: andiamo da tuo fratello.
Non mi convince, dichiar Marco Fabio dopo aver ascoltato con attenzione i suggerimenti di Clelia.
Il fratello lo guard meravigliato. Cosa c' che non va? Sono settimane che fatichiamo a trovare obiettivi per le nostre scorrerie e, adesso che ci vengono a offrire un gregge enorme e indifeso, esiti?.
Marco scosse la testa. Non  che voglia mettere in discussione la buona fede della ragazza, obiett, ma... saremmo troppo vicini a Veio, e se le cose dovessero andare male, sarebbe difficile rientrare senza ritrovarci con il fiato degli Etruschi sul collo.
Ma se ci siamo gi spinti a poca distanza da Veio!, protest Cesone, che sembrava entusiasta e aveva afferrato senza esitare la possibilit offertagli da Clelia. Con la differenza che in passato abbiamo marciato alla cieca, col rischio di esporci davvero a qualche contingente di pattuglia, mentre stavolta andremmo a colpo sicuro, ritirandoci prima della loro reazione!.
La ragazza si azzard a intervenire. Sembrava molto pi determinata di quando era stata trattenuta nel forte, l'estate precedente. Proprio perch non  lontano da Veio, non si aspettano che i Romani ci arrivino, spieg. Da mesi viene suggerito ai pastori di portarci a pascolare le greggi. E non ci sono soldati a sorvegliarli: non credono che ce ne sia bisogno.
Marco continuava a ritenere l'impresa troppo rischiosa. Non so. Devo pensarci, si limit a dire.
Non puoi pensarci, comandante, insist la ragazza. Ho visto io stessa i pastori uscire dalle loro baracche nei dintorni di Veio ieri, con tutte le greggi. Rientreranno presto.
Quegli animali nutrono gli abitanti di Veio, Marco. Se glieli sottraiamo, saranno costretti a chiedere la pace una volta per tutte, le fece eco Cesone.
Marco continu a riflettere. Abbiamo appena fatto un buon bottino... non possiamo starcene tranquilli per un po'?, disse infine, riferendosi alla razzia che aveva appena condotto il fratello.
Cesone parve indignato. Non ti riconosco pi, fratello! Una volta eri determinato, e sapevi cogliere le occasioni. Sei stato tu a dirmi, dopo il disastro che ha combinato Gaio, che non potevamo far altro che proseguire sulla strada delle razzie, se volevamo conseguire i nostri obiettivi. E adesso che abbiamo l'occasione per chiudere i conti, ti tiri indietro?.
Marco fulmin il fratello con lo sguardo. Non avrebbe dovuto parlare dei loro piani e delle strategie davanti a un'estranea, ma lui continuava a essere del tutto avvinto dal fascino di quella schiava. Ne ebbe abbastanza: Proprio tu vieni a dirlo a me?, replic stizzito. Tu che ti sei lasciato andare per lunghi periodi, e che non sei riuscito a imporre la disciplina del nostro esercito neppure al tuo stesso figlio? Ho sopportato fin troppo e in silenzio le tue scelte sbagliate, e d'ora in poi stai pur certo che non te ne far passare una!.
Cesone assunse un'espressione mortificata, ma solo per un istante. Qualunque debolezza abbia avuto, l'ho espiata e continuo a farlo!, rispose con veemenza. E proprio perch non voglio declinare le mie responsabilit, adesso voglio agire. Con o senza il tuo assenso!.
Marco non ritenne di dover proseguire la discussione in presenza di estranei. Cesone considerava quella ragazza come parte della famiglia, e invece era solo una donna che, per quanto ne sapeva lui, era stata pochi giorni con i Romani e aveva accumulato abbastanza motivi di risentimento nei loro confronti. Quelli verso i suoi connazionali, invece, erano tutti da dimostrare. Certo, se stava dicendo la verit, stava offrendo loro un'eccellente occasione per porre fine alla guerra affamando Veio; ma poteva anche darsi che mentisse oppure, se anche era sincera, era possibile che le linee di comunicazione con la fortezza si allungassero a tal punto da rendere l'operazione un fiasco.
Per quanto lo riguardava, i rischi erano superiori ai vantaggi. Ma vedeva negli occhi del fratello una determinazione che non scorgeva da lungo tempo. Forse Cesone, oltre a cercare di porre fine alla guerra con un grande successo, sperava di lenire il proprio senso di colpa nei confronti della ragazza.
Ad ogni modo, cap che non poteva convincerlo a rinunciare, se non provocando una spaccatura all'interno della fortezza tra i propri sostenitori e quelli del fratello: un rischio che i Fabi non potevano permettersi. Solo la coesione, infatti, avrebbe consentito alla famiglia di uscire dalla spinosa situazione nella quale si era cacciata, e che andava avanti da due anni senza che si vedesse una via d'uscita onorevole e vantaggiosa.
E sia, allora. Vai pure domani, se vuoi. Io rimarr qui con almeno met della guarnigione, disse infine, e finalmente l'espressione del fratello si fece pi distesa.
Cesone non era pi in s per l'eccitazione. L'indomani lo attendeva un'operazione che poteva rivelarsi risolutiva per la guerra, e adesso si trovava di fronte, dopo aver pensato per mesi di averla persa, la donna che pi aveva anelato nella sua esistenza: e anche lei sembrava provare qualcosa per lui, finalmente, perfino desiderio. Non gli aveva detto di amarlo, certo, ma era tornata, se pur per usarlo come strumento della propria vendetta. Era gi una buona base di partenza per riprendere da dove Cesone aveva cominciato, prima che Gaio interrompesse bruscamente i suoi sforzi di conquistarla senza forzarla. Se adesso fosse riuscito a dimostrarsi capace di soddisfare le sue necessit, avrebbe avuto ancor pi probabilit di conquistarla.
Clelia era in piedi davanti a lui. Erano soli nel cubicolo del comandante, dove era stata lei stessa a condurlo, una volta rientrati negli alloggi dove aveva vissuto mesi prima. In un primo momento, Cesone si era stupito che lei volesse varcare quella soglia in cui non era mai entrata, se non per rassettargli il letto quando lui non c'era. E dove Cesone non aveva mai preteso che entrasse, se non di sua spontanea volont. Avrebbe voluto dirle che desiderava il suo cuore pi ancora del suo corpo, e che non doveva farlo solo per gratitudine, o per stimolarlo a vendicarla, o perch in quel momento si sentiva sola e abbandonata da tutti, dopo essere stata ripudiata dalla sua gente. Ma aveva paura di rovinare tutto, e la lasci fare, senza dire una parola. Nemmeno lei parlava: dopo aver rotto il suo abituale atteggiamento riservato con Marco, era tornata al silenzio che l'aveva sempre contraddistinta, e lui era troppo emozionato per forzarla a spiegargli perch gli si stava concedendo.
Si sarebbe aspettato che Clelia si abbandonasse tra le sue braccia, prima, e che si sfogasse per le umiliazioni che aveva subto da ambo i fronti; si era immaginato di consolarla, di accarezzarla mentre piangeva, di asciugarle le lacrime e di baciarla dolcemente sulla fronte, sulle guance e infine sulle labbra. Invece lei non pianse, non cambi espressione, mentre si sfilava dapprima la tunica, poi il perizoma, infine si scioglieva i capelli, lasciandosi ammirare senza neppure essere tentata di coprire con le braccia le parti intime.
Cesone deglut, accorgendosi di sudare copiosamente. Erano molti anni che non andava con una donna. Dopo la morte della moglie, non gli era mai interessato sfogare i propri istinti. Aveva rinunciato a prendere in considerazione altre opportunit di sposare giovani e belle patrizie, perch non intendeva sottoporsi a un altro matrimonio combinato, e non era mai stato un frequentatore dei lupanari. Aveva atteso la compagna giusta, e aveva creduto di individuarla in Clelia, ma poi le cose erano andate in un modo imprevedibile. Adesso aveva la possibilit di ricominciare, e decise di lasciarsi andare alla comunione dei corpi; quella dello spirito, se c'era, sarebbe venuta da sola.
Si avvicin a lei, che lo attendeva immobile come una statua di sale, quasi priva di respiro. Sul suo viso inespressivo, tuttavia, si era aperto un sorriso invitante, che lo incoraggi a togliersi a sua volta la tunica e il perizoma. Rimase per qualche istante a contemplarla e a farsi contemplare, a cos poca distanza l'uno dall'altra che poteva sentire la fragranza dei suoi capelli. Si sofferm a scrutare i piccoli seni che lei esibiva senza alcun apparente pudore, seguendo poi la linea sinuosa dei suoi fianchi e l'armonico sviluppo delle sue gambe, tornando talvolta a incrociare il suo sguardo per assaporare il piacere di essere ammirato da una ragazza con meno della met dei suoi anni: sapeva di essere atletico e in forma, con un fisico forgiato da anni di campagne e duelli, e cap che lei stava apprezzando ci che vedeva.
Era una donna davvero enigmatica, ma ci la rendeva ancor pi affascinante, e decise che non avrebbe mai violato la sua riservatezza. Voleva per conoscerla nella sua intimit, finalmente, lo desiderava pi che mai, e le si avvicin stringendola a s finch i due corpi non aderirono. La baci sulla bocca, e le labbra di lei si schiusero ad accogliere le sue; anch'esse in breve si adattarono fino a intrecciarsi. Poi Cesone fece scorrere le mani lungo la schiena della ragazza, deliziandosi del contatto con una pelle tanto vellutata, fece scendere le dita pi in basso, seguendo le curve del bacino, poi risal lungo il busto, si stacc appena e le pass sul petto, senza cessare di baciarla.
L'uomo sent che anche le mani di lei iniziavano a toccarlo, dapprima lentamente, poi con frenesia, passando in continuazione dalle spalle alle natiche. Le sent stringere, afferrare, accarezzare, graffiare e raggiunse il culmine dell'eccitazione. Non pot pi resistere e la fece adagiare sul letto. Si sdrai accanto a lei e le mise una mano in mezzo alle gambe. Clelia rimase a farsi dare piacere per qualche istante, prima che lui si sollevasse su un gomito e si adagiasse su di lei, facendole finalmente sentire che non tutti gli uomini la prendevano brutalmente come Gaio.
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7.
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Gaio Fabio non riusciva a capire perch diavolo dovesse essere una donna a guidare una colonna di Romani armati di tutto punto in pieno territorio veiente. E proprio quella donna, poi. Era ricomparsa dopo sei mesi nella fortezza sul Cremera, e quando lui era andato a chiedere spiegazioni al padre, prima di partire, Cesone si era limitato a rispondergli di ubbidire agli ordini e niente pi. Era dovuto ricorrere ai suoi cugini, alcuni dei quali si erano uniti alla colonna, per sapere che c'era un obiettivo ben preciso da raggiungere, e che era proprio Clelia ad averlo indicato. Quanto al motivo per cui si era schierata dalla parte dei Romani, erano stati tutti evasivi.
Ma a lui non la contava giusta. Quella ragazza non aveva neppure provato a reagire, quando l'aveva posseduta. E non perch le fosse piaciuto: era chiaro che le aveva fatto ribrezzo e che lo odiava per quello che aveva subto. Semplicemente, aveva pi forza di quel che sembrava, ed era meno indifesa di quanto volesse far credere. Era stata capace di sopportare in silenzio e senza mai cambiare espressione una violenza come quella cui lui l'aveva sottoposta. Quindi non era tanto disposto a credere al suo improvviso cambio di campo: chiss cosa aveva raccontato a suo padre, che si era rimbecillito davanti al suo bel faccino fin da quando l'aveva vista per la prima volta...
Ma nessuno aveva chiesto la sua opinione, e aveva dovuto mettersi in marcia fin dalle ore antelucane insieme ad almeno centocinquanta dei suoi commilitoni. Ma pi si inoltrava in profondit nel territorio nemico, e pi lo attanagliava la sensazione che non stessero facendo la cosa giusta. E stavolta non era la solita paura di affrontare la morte, che non lo aveva mai abbandonato fin dalla sua iniziazione alle armi: era una sensazione di pericolo incombente, che aveva a che fare proprio con quella donna.
I soldati, poi, erano stanchi. Molti di loro avevano partecipato all'incursione del giorno prima, anch'essa condotta in profondit nelle terre dei Veienti, e non avevano ancora recuperato. Inoltre, era scoppiato un caldo improvviso, del tutto insolito per una primavera non ancora inoltrata, e sebbene parte del cammino fosse stata compiuta prima e dopo l'alba, ormai il sole era alto nel cielo, e il sudore cadeva copioso sotto le armature e gli elmi. La strada, peraltro, non era mai in completa pianura, e spesso era necessario inerpicarsi, ridiscendere un pendio, infilarsi dentro a fratte e boscaglie, guadare pozze e fiumiciattoli: tutte incombenze che contribuivano a rendere sempre pi pesante il passo e affannoso il respiro dei componenti della colonna.
Suo padre non li aveva fatti riposare un solo istante, per giunta. Sembrava che avesse fretta di raggiungere l'obiettivo, o forse era solo galvanizzato dalla compagnia che si era portato dietro; magari voleva dimostrare alla ragazza quanto fosse resistente e in forma, a dispetto dell'et. I soldati avevano dovuto nutrirsi e bere durante la marcia, senza neanche la possibilit di fermarsi a consumare il proprio pasto e a godersi un po' di refrigerio sotto alberi frondosi.
Gaio ne aveva abbastanza, e vedeva che anche gli altri non ne potevano pi; ma nessuno aveva il coraggio di protestare, temendo di apparire pi debole dei compagni. Be', lui non si faceva di questi problemi, e decise di parlare a nome di tutti. Stava per aumentare il passo per raggiungere la testa della colonna, quando sent intimare l'alt. Un altro tribuno gli fece segno di avanzare con la sua unit al fianco di quella che lo precedeva, disponendosi in linea. Raggiunse il ciglio di un burrone, oltre il quale si apriva un avvallamento dove not numerose greggi. A quanto pareva, avevano raggiunto l'obiettivo, e sembrava che ci fosse molto da razziare.
Osserv meglio lo scacchiere. La pianura era il solo tratto piatto dell'ambiente che lo circondava. Tutt'intorno, si stendevano boschi e altre alture, due delle quali, proprio sui fianchi della colonna romana, pi alte di quella che occupavano loro.
Non gli piaceva. Non gli piaceva affatto.
Si mosse in direzione del padre, accanto al quale si trovavano due dei suoi cugini e quella ragazza. Cesone stava dando disposizioni per aprire a ventaglio lo schieramento, per aggredire i pastori da almeno tre diverse direzioni e impedire agli animali di sottrarsi alla morsa. Era una tattica ormai collaudata attraverso numerose incursioni, ma stavolta era su scala pi ampia, considerate le dimensioni straordinarie delle greggi.
Non ti sembra tutto troppo facile?, lo aggred subito.
Cesone lo guard meravigliato. Ma sentilo... Il codardo non si smentisce mai. Hai paura di un branco di pecore?. Intanto, seguiva con lo sguardo i movimenti di una trentina di soldati che andavano a posizionarsi all'ala.
No, ho paura di quello che potrebbe esserci dietro quegli alberi e su quelle alture, rispose senza alcun timore reverenziale, indicando ci che li circondava.
Nella tua vita hai avuto sempre paura della tua stessa ombra. Non mi stupisce che tu ne abbia di qualche albero..., rispose il padre, osservando lo spostamento di un altro contingente all'ala opposta.
Questo  il luogo ideale per un'imboscata, replic Gaio. Mi stupisce che tu non te ne sia reso conto, con tutta l'esperienza che hai accumulato. Devi essere proprio accecato da questa ragazza..., concluse, volgendosi verso Clelia, solo per accorgersi che non era pi nel gruppo. Dove hai mandato la tua amichetta, adesso?, gli disse provocatoriamente, scrutando il contingente a ridosso dei boschi e delle alture, per capire se per caso fosse l. Ma era gi certo di non trovarcela.
Cesone si guard a sua volta intorno, e Gaio not che la sua attenzione si soffermava su un punto al loro fianco, dove la boscaglia terminava improvvisamente. E il giovane vide che la ragazza vi si stava addentrando, senza che nessuno la fermasse.
Il padre rimase per un istante di sasso, prima di aprire la bocca per gridare ai soldati pi vicini ai boschi di bloccarla. Ma fu preceduto da un urlo proveniente dallo stesso settore. Gaio aguzz gli occhi e vide che un legionario crollava a terra, trafitto da una lancia.
Subito dopo, grida di guerra risuonarono tutt'intorno, e i boschi e i pendii risplendettero del metallo di centinaia di armature.
Era caduto in una trappola. Ci voleva poco a capirlo. Ed era stata Clelia a trascinarcelo: quella ragazza lo aveva usato per vendicarsi, certo, ma dei Romani, non dei suoi connazionali. E lui non aveva mai messo in dubbio le sue intenzioni, provocando la rovina degli uomini e della famiglia di cui aveva la responsabilit. Suo fratello aveva ragione: era un idiota, indegno del ruolo che ricopriva, l'ombra del condottiero che era stato un tempo.
Cesone trascorse i primi istanti dell'attacco veiente paralizzato dalla ridda di pensieri e recriminazioni che lo avevano assalito non appena si era reso conto di essere stato tradito. Solo dopo un po' realizz che, tutto intorno a lui, i suoi uomini stavano gi disponendosi al combattimento, e chi non lo faceva lo tempestava di domande sul da farsi. Cerc di riscuotersi dall'amarezza e di capire se avevano speranze di cavarsela. I due contingenti che aveva spedito sulle ali, a ridosso di boschi e alture, erano stati entrambi investiti dagli assalti dei nemici, materializzatisi troppo all'improvviso perch i Romani potessero allestire una qualsiasi forma di resistenza. Fu costretto a osservare i suoi uomini pi lontani cadere uno dopo l'altro sotto i colpi delle lance e delle spade degli Etruschi, senza poter far altro che pensare a come salvare i soldati che gli rimanevano.
Sei un imbecille! Lo sapevo io! E ora che facciamo?. La voce di Gaio gli risuonava nelle orecchie, impedendogli di concentrarsi. Si rese conto di essere in preda al panico. Si sentiva strattonare a destra, a sinistra, tirare da dietro, ma non riusciva pi a staccare gli occhi dalle immagini dei soldati gi impegnati nel combattimento: un romano privo di corazza era stato trafitto da due lance su entrambi i fianchi, issato per qualche spanna dal terreno e buttato addosso a un compagno. Quest'ultimo perse l'equilibrio, lo recuper, si gett disperato contro una selva di nemici e scomparve tra un turbinio di lame; un soldato, circondato da almeno una decina di avversari, gett scudo e lancia per terra e si arrese, solo per ricevere la punta di una lancia in bocca. Un altro cercava di arretrare per recuperare la posizione occupata da Cesone, ma fin trapassato alle spalle da almeno tre lance, le punte delle quali fuoriuscirono dal petto. Un ufficiale cercava di allestire una linea di difesa mettendo in fila quattro uomini, ma fu trafitto alla nuca mentre li disponeva, cadde ai loro piedi e fin calpestato dai nemici che si scagliavano contro i suoi soldati; questi ultimi cercarono di resistere formando un piccolo muro di scudi e protendendo le lance per ricacciare indietro gli attacchi, senza poter evitare che i nemici li assalissero di fianco, infilandoli uno dopo l'altro come se fossero carne su uno spiedo.
Fai qualcosa, maledizione! Ci hai cacciato tu in questo guaio! Vuoi farci uccidere tutti?. Gaio continuava a sbraitare. A Cesone crollarono i nervi: lo fiss con odio, scese da cavallo e gli assest un manrovescio sul viso con tutta la forza che aveva, accompagnandolo con un urlo pieno di frustrazione. Il figlio barcoll e cadde a terra, si rialz e disse: Battimi pure, ma questo non attenua la tua colpa. E visto che non fai nulla, penser io a chiamare rinforzi!, reag, poi con uno scatto si avvent sul cavallo del padre, vi balz sopra, tir le redini per farlo voltare, diede di sprone e cavalc alla volta della strada da cui erano venuti, verso la quale stavano nel frattempo convergendo i nemici non impegnati negli scontri sulle ali.
Vigliacco! Rimani e combatti!, gli grid Cesone, ben sapendo che era inutile. Ma anche per lui era tempo di reagire: aveva con s ancora quasi un centinaio di uomini, e se davvero Gaio avesse raggiunto il forte, c'era la debole possibilit che Marco arrivasse a soccorrerli. Si guard intorno. C'era una sola altura, che avevano superato da poco, dalla quale non erano discesi i nemici. Le ali ormai erano spacciate: gi decimate, non avrebbero resistito ancora per molto. Ma finch avessero tenuto, il nemico non avrebbe potuto impedire a lui e ai suoi uomini di raggiungere quella collina. Estrasse la spada e indic la sua meta: Tutti l!, grid, e inizi a correre in quella direzione.
Qualche etrusco si accorse delle sue intenzioni e inizi a staccarsi dal combattimento lungo i boschi per provare a ostruirgli la strada. Tre nemici si gettarono addosso alla colonna di fuggitivi, e poich Cesone era alla sua testa, tocc a lui affrontarli per primo. Oppose la spada a un affondo di lancia, ne par un secondo allo stesso modo e un terzo con lo scudo. Con un fendente in orizzontale tronc la testa di un assalitore, mentre con la corsa superava gli altri, lasciando ai suoi uomini l'incombenza di eliminarli. Si avvicin alla collina ma, nel frattempo, i nemici si avvicinavano a lui: alla base dell'altura lo attendevano almeno una decina di Veienti. Fece allargare a ventaglio i suoi e si avvent sugli avversari. Ancora una volta, fu il primo a impattare nello schieramento opposto. Trafisse all'inguine un oplita e lo scavalc nel momento in cui questi crollava a terra, ma non inizi a risalire il pendio: si volt a dare manforte ai suoi, e subito si ritrov alle spalle di due Etruschi impegnati con i Romani. Cal un fendente obliquo dall'alto, squarciando gli spallacci e la spalla dell'oplita nemico, cui caddero a terra scudo e braccio; l'altro si rese conto del pericolo e si volt, ma solo per ricevere la spada del comandante capitolino appena sotto il mento.
A quel punto, i suoi si erano liberati degli oppositori e avevano iniziato a loro volta la risalita. In breve giunsero sulla sommit dell'altura, dalla quale potevano contemplare quanto accadeva nella radura ai loro piedi. I superstiti delle due ali avevano finito per convergere al centro: erano un pugno di uomini, stretti gli uni agli altri in un abbozzo di falange circolare, che si serrava a ogni istante, man mano che i suoi componenti cadevano sotto i colpi dei nemici. Gli Etruschi, nel frattempo, li avevano completamente circondati e stringevano su di loro con lance e scudi, comprimendoli senza dar modo di compiere i movimenti necessari con le braccia per mulinare le armi.
L'intera radura si era popolata di Veienti, e altri continuavano a uscire dai boschi. Cesone giudic che fossero almeno un migliaio. Dei Romani presi nel mezzo, nessuno invoc la resa. Il comandante dovette assistere impotente agli ultimi scampoli della loro eroica resistenza, augurandosi solo di saper infondere la stessa determinazione negli uomini rimasti con lui, quando fosse toccato a loro. Alla fine, non riusc pi a vedere i compagni nella radura, per quante spade e lance volteggiavano sopra di loro, e per la quantit di elmi crestati che lo attorniavano.
Quando le armi tacquero, gli opliti etruschi ripresero ad allargare i ranghi, allontanandosi dal punto in cui si era tenuta l'ultima resistenza romana. Cesone pot cos vedere il cumulo di legionari caduti: giacevano in uno spazio ristretto, gli uni sopra agli altri, chiazzati di rosso e in un pantano di erba inzuppata non solo del loro sangue, ma di budella ed escrementi. Poi, i Veienti si rivolsero tutti, lentamente, verso la base della collina su cui era riparato Cesone con i suoi.
E seppe che toccava a lui, adesso, mostrare l'indomito coraggio romano.
Era la rovina dei Fabi, per colpa di suo padre. Quell'idiota si era fatto irretire da una ragazza con cui avrebbe dovuto limitarsi a spassarsela, come aveva fatto lui. E invece se n'era innamorato, col risultato che lei gli aveva fatto fare quel che voleva. Gaio non voleva morire per colpa dell'idiozia di suo padre; non aveva mai avuto intenzione di morire per una giusta causa, figuriamoci per una palesemente sbagliata.
Il giovane avvist il profilo della fortezza sul Cremera, finalmente. Era salvo. Lo avevano inseguito, naturalmente: aveva sentito quasi sempre rumori alle sue spalle, ma i guerrieri che si erano presi la briga di stargli dietro non dovevano essere in molti, e non avrebbero potuto impedirgli di entrare nel fortilizio. Dopo, si sarebbe posto il problema di come giustificare la sua fuga agli occhi dello zio, che lo avrebbe sicuramente redarguito per aver abbandonato i suoi commilitoni e suo padre. Ma mentre cavalcava aveva elaborato una strategia per eludere le proprie responsabilit, nella certezza che nessuno dei Romani impegnati nell'operazione sarebbe sopravvissuto per smentire le sue giustificazioni.
Soprattutto il padre. Quello sciocco si sarebbe senz'altro immolato sul campo, per attenuare il senso di colpa che lo aveva senza dubbio assalito dal momento in cui si era reso conto del suo colossale errore.
Gaio segnal la propria presenza alle sentinelle sulle torri, attirando la loro attenzione con un grido. Gli aprirono le porte ed entr al galoppo, tirando le redini solo per chiedere di Marco Fabio. Lo vide comparire nel piazzale subito dopo: dovevano averlo chiamato non appena la sua sagoma era apparsa alla vista delle guardie. Gaio scese da cavallo e si ferm davanti a lui, notando la sua apprensione. Zio, siamo caduti in un'imboscata. Come temevo, quella ragazza ci ha teso un tranello, e i suoi connazionali ci hanno circondato lungo la strada per Veio.
L'espressione di Marco divenne sgomenta. E gli altri, dove sono, adesso?, chiese.
Come dove sono? Te l'ho detto, sono circondati e senza speranza. Potenzialmente erano gi morti, quando li ho lasciati, rispose.
Ah s? E perch li hai lasciati, allora? Ancora una volta ti sei sottratto al combattimento?. Come previsto, lo zio gli era ostile, ma Gaio aveva la risposta pronta: Mio padre mi ha mandato ad avvertiti prima che la morsa si stringesse intorno a noi. E a raccomandarti di non uscire a soccorrerlo: basta il loro, di sacrificio.
Marco lo guard con diffidenza. Non ci credo. Tuo padre voleva che combattessi in prima linea, per espiare le tue colpe. Avrebbe mandato un altro.
Forse alla fine ha prevalso la sua esigenza di salvaguardare la stirpe e di perpetuare il suo nome... per lo stesso motivo per cui non ha avuto la forza di giustiziarmi quando tu volevi che lo facesse, alla fine pu aver deciso di salvarmi anche in questa circostanza..., sugger, ben sapendo che come giustificazione, sulla scorta degli eventi passati, poteva avere un senso.
Infatti Marco apparve confuso. Dopo qualche istante di silenzio, disse: Ad ogni modo, non lo abbandoner al suo destino. N lui n i miei figli. Usciamo a soccorrerli!, aggiunse, richiamando subito dopo uno dei due figli rimasti con lui e ordinandogli di radunare un centinaio di uomini, dei centocinquanta ancora disponibili nel forte. Tu, Gaio, ci condurrai subito dove l'hai lasciato!.
Il giovane stent a credere alle proprie orecchie. Ma stai scherzando? Se ti ho detto che sono spacciati! Probabilmente a quest'ora sono gi tutti morti!, protest.
Forse, oppure no. Se c' ancora una possibilit, non voglio lasciare nulla di intentato.
Ma cos facendo, condannerai anche altri cento Fabi ed estinguerai la famiglia!.
No, mander anche un corriere dal console Menenio Agrippa, che  accampato a poche miglia da qui per fronteggiare i Fidenati con un'intera legione e mio figlio Quinto. Arriveranno a loro volta a soccorrerci, e stavolta saranno i Veienti a cadere in un'imboscata.
E allora manda me ad avvertirlo!, lo incalz Gaio, vedendo nella prospettiva una nuova possibilit per salvarsi.
Niente affatto, tu mi servi per condurmi da mio fratello. E poi avevamo stabilito che combattessi in prima linea: non ti consentir di eludere ancora ci che non solo  una punizione, ma anche il tuo dovere!.
Non poteva essere, si disse Gaio. Non poteva andare a morire in un modo tanto stupido: Menenio Agrippa non sarebbe mai giunto in tempo. Non ci penso neanche. Io non vengo. Arrangiati, gli rispose, facendo per avviarsi verso il suo alloggio.
Marco non si scompose. Chiam quattro soldati e disse loro: Arrestatelo. Verr con noi fuori dal forte e ci condurr da mio fratello, volente o nolente. E fate in modo che stia sempre in testa alla colonna e al mio fianco. Se scapper, ne sarete personalmente responsabili.
Gaio sbianc. Strinse l'elsa della spada ancora nel fodero e si prepar a sguainarla, ma i quattro soldati, peraltro suoi lontani parenti, gli furono subito addosso, stringendoglisi intorno e impedendogli di estrarla. Dovette assistere fremente alla precipitosa preparazione della colonna di soccorso, e quando i soldati furono pronti, Marco si pose alla loro testa e li condusse fuori dal forte, raccomandando ai cinquanta che rimanevano l dentro di fronteggiare a ogni costo qualsiasi eventuale assalto nemico.
Gaio fu costretto ad affiancarlo, ma decise di restare in silenzio finch non fosse stato interpellato: per un bel pezzo la direzione era scontata, e non c'era bisogno che la indicasse allo zio. Anzi, non ce n'era bisogno affatto: in fin dei conti, gli uomini di Cesone erano stati aggrediti lungo la strada per Veio. Quella di fargli da guida era solo una scusa ideata da Marco per costringerlo a esporsi. O meglio, a suicidarsi, proprio come stava facendo lui, in nome di quell'assurdo senso dell'onore che sarebbe servito solo a spazzare via i Fabi dalla faccia della terra.
Tutta la colonna, d'altra parte, procedeva in silenzio. Nessuno si era lasciato illudere dalla prospettiva che il console li soccorresse in tempo: erano ben consapevoli di essere destinati a morire, probabilmente, ma soprattutto avevano l'animo grave per la sorte cui erano andati incontro i loro compagni. E tutti ignoravano Gaio: nessuno doveva essersi bevuto la sua storiella e, incredibilmente, invece di prendersela con la stupidit di Cesone, che aveva condannato i loro commilitoni, se la prendevano con lui per non aver voluto condividere il suo tragico destino.
Non avrebbe mai capito l'animo umano, si disse il giovane: invece di preservare a tutti i costi il bene pi prezioso, la vita, gli uomini tendevano ad autodistruggersi. Si mise a pensare a un nuovo sistema per sottrarsi a quella pazzia quando, pi o meno a met strada tra il forte e il punto in cui aveva lasciato il padre, le colline circostanti si popolarono di opliti. Nemici. Marco fece assumere alla colonna la formazione di combattimento, badando bene che il nipote occupasse la prima linea accanto a lui, e poi la falange rimase ad attendere l'attacco.
Gli Etruschi iniziarono a ridiscendere il pendio delle alture e ad avvicinarsi lentamente, prima di scatenare la corsa contro il muro di scudi: erano talmente tanti che Gaio ritenne impossibile cavarsela, a meno che Agrippa non giungesse in tempo. Quando i nemici si arrestarono e si prepararono all'assalto, il giovane ne scrut le file e vide, in prima linea, un uomo privo di armatura e di elmo. Poi lo guard meglio: era una donna, anzi una ragazza, con i capelli raccolti intorno alla testa.
Era lei, Clelia.
E fu certo che era stata lei a seguirlo, durante la sua fuga, e ad attendere di averlo in pugno.
...
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8.
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Gli Etruschi non avevano attaccato in forze, e Cesone se ne chiese il motivo. Per risalire la collina dove avevano trovato riparo i Romani, avevano impiegato solo una parte degli effettivi che aveva visto schierarsi in pianura, e il loro assalto non sembrava impossibile da fronteggiare come aveva temuto. Quando i nemici erano giunti a contatto della linea capitolina di scudi, i legionari erano parsi in grado di resistere alla pressione. Gli opliti veienti arrivavano col fiatone all'urto, mentre i Romani li attendevano a pi fermo e li ricacciavano indietro protendendo la punta delle lance. Qualche etrusco riusciva a spingere abbastanza da aprirsi un varco, ma subito i legionari convergevano sulla minaccia e ricostituivano il muro di scudi.
Cesone si era aspettato di essere attaccato da un numero soverchiante di nemici, e invece sembrava che gli Etruschi intendessero solo tenerlo a bada, in attesa di chiss cosa. Certo, non aveva modo di andare da nessuna parte, e presto la fatica, la fame e la sete si sarebbero fatte sentire: al nemico sarebbe bastato attendere, per raccogliere la sua resa. Quel che i Veienti avrebbero dovuto immaginare era che non ci sarebbe stata alcuna resa.
I Romani non si arrendevano, e tanto meno i Fabi.
Da quando Cesone aveva sentito parlare del sacrificio di Leonida alle Termopili, vedeva i Romani come gli Spartani d'Italia, e la sua famiglia come gli spartiati, l'lite guerriera di Sparta. Affrontare con dignit la morte, peraltro, era l'unica prospettiva che gli rimaneva per riscattare l'ingenuit di cui aveva dato prova, affidandosi completamente a una sconosciuta e proiettando su di lei le proprie aspettative, senza soffermarsi per un istante a pensare che Clelia non avrebbe mai potuto amarlo. Troppe le differenze tra loro - et, etnia, motivazioni - e troppi i torti che la giovane aveva subto a opera dei Romani.
Respinse l'ennesimo blando tentativo di sfondare la linea. S, ormai sembrava che gli Etruschi si limitassero solo a impedirgli di svincolarsi. Ogni tanto cadeva uno dei suoi, ma nel complesso la sua formazione teneva bene, e i nemici non sembravano avere troppa intenzione di cedere sotto i colpi romani. Poi, sent delle urla lungo il pendio; gli stendardi si agitarono, le trombe risuonarono, e gli opliti avversari ripiegarono, per radunarsi infine in ranghi ordinati nella radura sottostante. I loro ufficiali ordinarono il riposo, e i soldati si sedettero a terra.
Tra le file dei Romani, si levarono allora grida di soddisfazione; qualcuno dichiar che i Veienti avevano rinunciato. Ma Cesone aveva l'impressione che gli Etruschi dovessero ancora produrre il loro massimo sforzo e che, in ogni caso, li tenessero in pugno. Forse i pi avveduti dei suoi se ne rendevano conto, ma non avevano cuore di disilludere i pi entusiasti, ai quali solo il momentaneo successo dava la forza di non cedere allo sconforto. Decise di non distruggere le loro speranze e concesse loro di rilassarsi, ordinando a sua volta di sciogliere i ranghi. Per il momento, almeno, non correvano alcun pericolo.
Per il momento...
Quinto Fabio invidiava terribilmente i suoi fratelli maggiori, che avevano potuto seguire il padre Marco sul Cremera e da due anni conducevano una guerra privata contro i Veienti. Loro avrebbero avuto tutta la gloria, lui avrebbe dovuto attendere di crescere: i suoi tredici anni non gli consentivano di far altro che aggregarsi come osservatore alle legioni di Roma, e in tale veste il padre lo aveva fatto ammettere nell'esercito del console Tito Menenio Agrippa, accampato lungo il Tevere a nord dell'Urbe, per fronteggiare eventuali azioni dei Fidenati.
E pensare che il padre e i fratelli erano a poche miglia, e quasi tutti i giorni erano impegnati in operazioni di poco conto, prive di pericoli e di rischi; avrebbe potuto benissimo aggregarsi a loro, invece che a quel detestabile console che, era cosa ben nota, odiava i Fabi e non aveva fatto altro che ignorarlo da quando era con lui. Non una volta, infatti, l'aveva invitato alla sua tavola, come si conveniva tra membri di famiglie patrizie, n tantomeno l'aveva fatto partecipare ai consigli di guerra. Si era limitato ad assegnargli un istruttore che lo addestrasse ogni giorno, e probabilmente gli aveva dato istruzioni di esasperarlo con esercizi e marce massacranti. Ma lui non aveva mai protestato, e aveva svolto ogni compito senza badare alle umiliazioni e agli insulti che gli infliggeva il maestro, nella convinzione che fosse proprio quello che il padre pretendeva da lui. Tuttavia, il console non era mai venuto a controllare i suoi progressi e lo aveva, di fatto, abbandonato a se stesso.
Stava percuotendo con la spada di legno il palo da allenamento, sotto lo sguardo attento dell'istruttore e subendo le sue esortazioni a non menare affondi come una femminuccia, quando si sent chiamare da una voce familiare. Si volt e vide uno dei liberti pi vicini alla sua famiglia, che immaginava col padre al Cremera. L'uomo si avvicin a lui e, prima che l'istruttore potesse ricacciarlo indietro, disse: Giovane dominus, devi portarmi subito dal console. Tuo padre e tuo zio hanno bisogno di aiuto immediato!.
L'annuncio zitt il maestro, che gi aveva iniziato a protestare per l'intrusione, e provoc un'ondata di commozione in Quinto, che prese per un braccio il liberto e lo condusse verso la tenda del comandante supremo. Durante il tragitto si fece dire cosa era accaduto, rendendosi conto che rischiava di perdere tutta la sua famiglia, dai parenti pi stretti a quelli pi lontani. Ci gli diede la forza di vincere l'orgoglio che gli impediva di mendicare l'attenzione di Menenio Agrippa.
Dovette attendere un tempo irragionevole, prima che la guardia entrata ad annunciarlo riaffiorasse dal lembo della fessura esortandolo a farsi avanti. Quinto si ritrov di fronte alla consueta indifferenza di Agrippa, che neppure si volt a guardarlo. Era col capo chino sul tavolo, intento a esaminare delle tavolette cerate.
Il ragazzo non attese che l'uomo lo autorizzasse a parlare: Console, mio zio  caduto vittima di un'imboscata nel territorio di Veio, e mio padre, il proconsole Marco Fabio,  uscito dalla fortezza del Cremera per soccorrerlo. Ha mandato quest'uomo a chiederti di andare subito in suo aiuto, prima che sia troppo tardi.
Agrippa non lev il capo se non dopo un tempo che Quinto giudic irritante per quanto era lungo. Lo guard con aria diffidente, poi disse: E in che modo questo dovrebbe riguardare un console di Roma?.
Quinto rimase allibito dalla sua reazione. Stai scherzando? Un magistrato di Roma con un esercito al suo seguito sta per essere spazzato via dai nemici dell'Urbe, e mi chiedi in che modo ti riguardi?, reag.
Intanto, tuo padre non  pi proconsole. Lo era l'anno scorso, e il suo mandato  decaduto, specific puntiglioso Agrippa. Adesso  solo un privato cittadino, con un branco di privati cittadini pagati da lui, che agisce per i suoi fini personali. Non sprecher certo un solo uomo fornito dallo Stato per aiutarlo. E questo  quanto. Poi riabbass il capo, a significare che per lui l'udienza era conclusa.
Quinto sent crescere dentro di s la disperazione. Ma ci sono trecento cittadini romani minacciati dagli Etruschi!.
Senza guardarlo, il console rispose: Non sono stato assegnato al fronte veiente. In ogni caso, avrei bisogno dell'autorizzazione del Senato per intervenire. Diversamente dai tuoi parenti, sono un magistrato in carica, io, e devo rendere conto ai padri coscritti. Non potrei mai sguarnire questo fronte, neanche se si trattasse di un mio amico. E tuo padre, come ben sai, non lo . Lui e Cesone hanno dichiarato ai quattro venti di volersi fare carico della guerra contro Veio? Ebbene, che siano coerenti e se la cavino da soli, invece di venire a piagnucolare da chi li aveva ripetutamente sconsigliati di essere tanto sconsiderati. Stanno patendo quello che si sono cercati.
Ma se intervieni nessuno potr biasimarti! Gli Etruschi non si aspettano l'intervento di altri Romani, e avresti una facile vittoria! Magari il Senato ti concederebbe un trionfo!, insist Quinto, cercando di fare leva sulla sua vanit.
Agrippa stavolta non rispose. Aveva ripreso a ignorarlo, e al ragazzo non rimase che uscire dalla tenda: avrebbe voluto implorarlo, ma era certo che suo padre avrebbe disapprovato.
E soprattutto, si affrett a uscire per non farsi vedere piangere per la sorte dei suoi parenti.
Non appena l'attacco nemico part, Marco esort di nuovo i legionari a mantenersi coesi. Solo con la compattezza avrebbero potuto resistere alla superiorit numerica e allo slancio degli Etruschi. Questi marciarono contro di loro con i fanti pesanti nelle prime file, le lance protese in avanti, mentre quelli leggeri si aprivano a ventaglio per bersagliarli sui fianchi. Il comandante non ebbe modo di porre rimedio all'accerchiamento: se avesse esteso la linea per impedire alla fanteria leggera di aggirare i suoi uomini, l'avrebbe resa incapace di reggere l'urto degli opliti avversari, e mantenne l'ordine serrato.
Quando l'impatto ebbe luogo, la fronte romana vacill ma tenne. Marco stesso fu investito da un guerriero in corsa, tuttavia evit la sua lancia scartandola col busto e gli assest un fendente sulla spalla; poi il compagno lo fin trafiggendolo con la sua lancia, ma solo per essere infilzato a sua volta dal nemico pi vicino, che non aveva pensato di evitare. Marco si affrett a richiudere il varco spostandosi di un passo, e subito il subalterno sul lato opposto lo assecond, tenendo a freno l'impeto avversario. La pressione etrusca si faceva pi forte, e i Romani nella prima fila erano costretti a indietreggiare, ma i commilitoni alle loro spalle cercavano di puntellarli e di risospingerli in avanti. In breve, divenne una questione di spinta, come spesso accadeva tra falangi. E Marco lo sapeva bene, avendo condotto dozzine di combattimenti contro eserciti dalle caratteristiche simili a quelle dei suoi. Esort quindi i legionari a usare scudi e lance per scardinare la formazione nemica.
Ma continuava a preoccuparlo il movimento della fanteria leggera etrusca. Lui non aveva veliti a sufficienza per fronteggiare il prevedibile movimento aggirante, e si aspettava da un momento all'altro di vedersi aggredire anche sui fianchi, se non da tergo. Doveva assolutamente riuscire ad aprire dei varchi nella falange nemica e a disperderne i ranghi prima che i fanti leggeri aggredissero la sua. Ormai per era nel mezzo della mischia, e non riusciva a vedere pi nulla oltre pochi passi da lui: solo un coacervo di elmi, creste, lame e lance volteggianti, sempre pi rosse del sangue dei caduti. Non aveva neppure pi la minima idea di dove si trovassero i suoi figli.
Continu a menare fendenti con la sua spada per crearsi spazio, uccise uno, due, forse tre uomini, prima di poter riprendere ad avanzare, mentre i legionari al suo fianco lavoravano di lancia per avanzare a loro volta. Ma ogni passo guadagnato ne comportava due in arretramento subito dopo, e a poco a poco Marco si accorse di non avere pi al proprio fianco gli stessi soldati con cui aveva iniziato il combattimento. Alcuni indietreggiavano, altri avanzavano, non solo in avanti, anche obliquamente e ovunque vi fosse spazio, e non c'era pi modo di recuperare neppure un barlume di unit.
Poi sent delle urla sul fianco, e inizi ad avvertire una pressione anche da quella parte. I legionari si addossarono a lui, come sospinti da un vento che li schiacciava di lato. Marco cap cos'era successo prima ancora di vedere i primi soldati cadere trafitti da giavellotti: la fanteria leggera nemica era giunta in posizione e aveva aggredito il fianco della falange romana.
Vide comparire il suo primogenito, che convergeva verso il centro della falange tentando di ricompattare i legionari. Ma i suoi uomini erano bersagliati dai proietti, e incalzati dagli opliti nemici, n riuscivano a trovare spazio al centro, dove gi si ammassavano i loro commilitoni e lo stesso Marco. Un istante dopo, anche il giovane fu centrato da un giavellotto, che gli trapass il collo uccidendolo all'istante. Marco ebbe una fitta allo stomaco, lanci un urlo di dolore ma poi contenne il proprio strazio, perch i suoi uomini non perdessero mordente. Si diede anzi a incitarli, pur con voce strozzata, perch vendicassero i commilitoni caduti, e subito sostitu il figlio ucciso nel tentativo di dare un assetto alla formazione.
Si trov immediatamente di fronte agli stessi problemi affrontati dal giovane, e non riusc a impedire un ulteriore arretramento dell'unit. Fu sospinto indietro da un soldato colpito da un violento lancio di giavellotto, inciamp nel corpo di un altro caduto e fin a terra. Nel rialzarsi, si accorse che si trattava del figlio di Quinto, suo fratello morto anni prima. I Fabi se ne stavano andando uno ad uno, ed ebbe un pensiero per il figlio minore che aveva lasciato col console.
Non pot pi fare a meno di scatenare la sua rabbia: per la stupidit di Cesone, per l'ottusit di Gaio, per la superiorit degli Etruschi, per la cattiva gestione che la sua famiglia aveva fatto dell'impresa con cui puntava di passare alla storia. Grid ancora ai suoi soldati di reagire, trov uno spazio sul fianco opposto e si lanci alla carica del nemico limitandosi a sperare che altri lo seguissero. Non si guard neppure indietro, protese scudo e spada e affront chiunque gli si parasse davanti. Falci un oplita, con lo scudo spezz una gamba a un altro, recise un braccio dal corpo di un altro ancora, e si ritrov di fronte a un gruppo di Romani gi circondato dai nemici. Senza rendersene conto, era arrivato all'ala opposta della sua piccola falange. Incontr lo sguardo dell'altro suo figlio, un attimo prima che sull'elmo del giovane si abbattesse uno scudo nemico, facendolo stramazzare a terra e consentendo al suo avversario di finirlo con la spada prima che si riavesse.
Marco si scagli contro l'uccisore del suo erede. Con un balzo fu su di lui, ma lo aggred in modo talmente scomposto da dargli modo di evitare l'attacco e colpirlo alla coscia. Il romano sent uno squarcio spalancarsi nella sua carne, avvert un bruciore intenso che gli fece mancare per un istante l'appoggio sulla gamba, ondeggi, poi cadde in ginocchio. L'altro gli fu subito sopra per finirlo, ma Marco, con un gesto istintivo, sollev la spada in verticale e lo trafisse sotto il mento. L'etrusco cadde di lato, rivelando la sagoma di due nemici. Uno di essi assest un fendente alla spalla di Marco, che la sent aprirsi e fu investito da un violento flusso di sangue bollente. Il suo sangue, lo cap subito. Non perse tempo a pensare se l'arto si era staccato del tutto o se gli penzolava soltanto lungo il fianco: non gli serviva pi, in ogni caso. Con l'altro braccio, agit la spada che aveva appena estratto dal corpo della sua ultima vittima e sferr un colpo in orizzontale, debole ma sufficiente a troncare di netto la gambe dell'uomo che gli era di fronte.
Quello cadde in avanti rovesciandosi su di lui, ma Marco cerc di rimanere in ginocchio: non voleva morire sdraiato davanti al nemico. L'altro oplita etrusco caric il fendente; il romano prov a sollevare la spada per pararlo, sapendo gi di non averne la forza. Mand un pensiero alla sua adorata moglie, prima di sentire l'impatto di lama contro lama, che non bast a impedire che la spada dell'avversario calasse in profondit sul suo collo.
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9.
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Quei quattro soldati erano stati davvero tenaci, si disse Gaio. Suo zio Marco aveva ordinato loro di badare a lui, e quelli non lo avevano mollato un istante, neppure quando il combattimento era iniziato. Lo avevano messo in prima fila in mezzo a loro, due da una parte e due dall'altra, e lo avevano costretto a mantenere gli scudi serrati, fianco a fianco, senza dargli la possibilit di arretrare di un passo. E quando aveva ripiegato, era stato solo a causa della pressione nemica e perch quei quattro gli stavano addosso, mai per suo volere.
Poi avevano iniziato a cadere. Il primo era stato colpito alla gamba e, zoppicando, aveva cercato di continuare a combattere senza abbandonare il suo posto accanto al ragazzo. Naturalmente, aveva preteso troppo da se stesso, e presto aveva trovato chi lo aveva finito. Per un istante, Gaio aveva sperato di potersi liberare dalla morsa dei tre superstiti, ma quegli idioti lo avevano bloccato non appena aveva provato a fare un passo indietro. Lo avevano di nuovo esposto ai colpi nemici ed era stato costretto a difendersi. Dapprima, aveva solo opposto lo scudo e menato fendenti per tenere lontani gli antagonisti; poi gli era capitato di ferire alla spalla un etrusco, e gli era piaciuta la sensazione che ne aveva tratto; cos aveva iniziato a mulinare la lancia con maggiore decisione, e in breve aveva fatto la sua prima vittima, infilandone la punta nella gola del soldato pi vicino.
Ma non aveva fatto in tempo a estrarla che un altro avversario aveva calato la lama e gli aveva spezzato a met l'asta. Gaio si era sbrigato a estrarre la spada dal fodero, e adesso si destreggiava con abilit, accorgendosi di essere rapido e potente al tempo stesso. L'aveva sempre detto, il padre, che se avesse voluto sarebbe stato un grande guerriero. Compiaciuto, miet un'altra vittima, proprio quando un altro dei suoi controllori crollava per gli affondi di almeno tre lance.
Gaio si accorse che ormai gli Etruschi li attaccavano non solo di fronte, ma anche di fianco. Not un cugino cadere sotto i colpi nemici, uno zio alla lontana arrancare in ginocchio, senza elmo e con la faccia trasformata in una maschera di sangue a causa di uno squarcio sulla fronte. Uno dei cugini del padre barcollava con espressione spenta in mezzo al campo di battaglia, e solo dopo che si fu girato Gaio si accorse che, sulla schiena, la sua armatura era stata divelta, e un profondo taglio nella carne dalla scapola alla vita lasciava una scia di sangue lungo il terreno. Un cliente, il fratello della sua balia, se ne stava seduto per terra a urlare a squarciagola, tenendosi il troncone di gamba che gli era rimasto attaccato, mentre il resto era a pochi passi da lui.
Inorridito da quelle visioni di morte di gente che conosceva da una vita, Gaio desider pi che mai sottrarsi alla carneficina, e cerc una via di fuga, spostandosi un passo indietro ai suoi due controllori superstiti. Ma uno di loro se ne accorse e arretr a sua volta, lasciando per l'altro da solo a sostenere l'urto di un gruppo di opliti etruschi. Quelli ne approfittarono subito, aggredendolo su entrambi i fianchi: il legionario riusc a respingere l'assalto con lo scudo, ma non sul braccio non protetto, che un istante dopo fu squarciato da un colpo di lama, costringendolo a mollare la presa dell'arma. Il soldato oppose ancora lo scudo a un paio di fendenti, prima di soccombere ai successivi affondi.
Visto che hai combinato? Bada a salvarti la pelle, adesso, invece di farmi da balia, url Gaio al suo ultimo controllore.
Ma quello gli rispose: Non ci penso neanche, fosse l'ultima cosa che faccio... tanto ormai  chiaro che devo morire comunque!, e gli si mantenne al fianco, duellando con un altro veiente.
Gaio fece un gesto di stizza e si guard intorno. Quel tizio aveva ragione: di Romani ne erano rimasti ben pochi, e i superstiti non avevano speranze. Pens di proporre la resa, ma cap che nessuno sarebbe stato disposto ad assecondarlo. La sola cosa che gli restava da fare era combattere, ma non per morire con onore, bens per aprirsi una via di fuga. Vide che il bosco pi vicino era a pochi passi da lui: se fosse riuscito a raggiungerlo, forse avrebbe potuto far perdere le proprie tracce. Lanci un urlo per darsi forza e coraggio, e aggred il primo degli opliti nemici che si trovava in quella direzione. Lo trafisse con irrisoria facilit, e altrettanto rapidamente si sbarazz di quello che lo affiancava. I due dietro, spaventati dalla sua foga, lo affrontarono con una certa cautela mentre, nel frattempo, il suo controllore gli si era affiancato e sfruttava la sua aggressivit: Ti sei deciso a combattere come si deve, finalmente!, gli disse, ma Gaio era troppo impegnato a spazzare via ogni ostacolo sulla strada della salvezza per degnarsi di rispondergli.
Continu a mulinare la sua spada, finch non gli parve di poter tentare di raggiungere il bosco. Di fronte a lui aveva spazzato via ogni opposizione, ma ai lati c'erano ancora molti opliti, e solo alcuni erano impegnati con i Romani superstiti. Tuttavia, con un po' di fortuna avrebbe potuto sorprenderli, se fosse stato abbastanza veloce. Si prepar a scattare quando ud il suo compagno gridare: Che fai, scappi? Non  questo che voleva tuo zio!. Il legionario lo afferr per un braccio e lui, d'istinto, gli affond la spada nel costato, rimanendo poi un istante a contemplare lo sguardo allibito della sua vittima mentre crollava a terra, con un rivolo di sangue alla bocca.
Fu un istante di troppo. Si volt verso il bosco, appena in tempo per vedere un fante leggero scagliare un giavellotto verso di lui. Si spost con rapidit, ma non abbastanza da evitare che l'arma gli lacerasse la coscia passando tra gli pterugi di cuoio. Non si rassegn e, nonostante il bruciore, inizi a correre. Zoppicava troppo, e non andava abbastanza veloce; se ne rese conto quando un oplita lo rimont facilmente e gli trapass la spalla con un affondo di spada, facendolo crollare in ginocchio. Si sent improvvisamente debole e si lasci cadere supino. Vide il volto del guerriero che campeggiava sul suo corpo e lo scrutava con curiosit, ma non ebbe la forza di rialzarsi.
Allora? Che aspetti a finirmi? Mi fa un male cane!, gli sussurr con voce strozzata.
Il volto dell'oplita scomparve e fu sostituito da quello di Clelia. Aspettava che fossi io a farlo. Sa che spetta a me, questo piacere, disse la ragazza.
L'ultima cosa che Gaio vide fu la donna calare la spada sul suo viso.
Era dal pomeriggio precedente che gli Etruschi non li molestavano. I pochi che Cesone riusciva a vedere dalla sua posizione, subito dopo il sorgere del sole, se ne stavano tranquilli a bivaccare nella radura sottostante, tenendo d'occhio i Romani ma senza azzardare alcun assalto alla collina. Era stato tutta la notte in allerta facendo tenere fuochi accesi ai suoi uomini, per scongiurare eventuali attacchi al buio. E aveva riflettuto a lungo per trovare una soluzione che gli permettesse di condurre gli legionari superstiti fuori da quella situazione. Gli erano rimasti solo sessantotto uomini in grado di combattere; altri nove tra feriti pi o meno gravemente, tutti gli altri erano morti, chi nella radura, chi sulla collina. Aveva preso in considerazione l'ipotesi di formare una colonna e sfruttare l'abbrivio datogli dal pendio per sfondare l'accerchiamento nemico e tornare indietro, ma erano troppo pochi per costituire una formazione sufficientemente potente da aprirsi un varco.
Accantonata l'ipotesi della sortita, non gli rimaneva che attendere, anche se non sapeva bene cosa. L'arrivo di rinforzi? L'attacco nemico? La rinuncia degli Etruschi a sacrificare altri uomini per eliminare un pugno di Romani? Forse i nemici si aspettavano che si arrendesse, ma durante la notte non c'era stato un solo soldato che gli avesse chiesto di farlo, e lui non era disposto a prendere in considerazione l'idea; scomparso suo figlio - l'unico codardo che avesse trovato posto nella guarnigione sul Cremera - tutti i partecipanti all'impresa erano disposti a dare la vita per salvaguardare l'onore dei Fabi.
Ma solo un intervento degli di avrebbe potuto salvarli. E gli di, ne era certo, non aiutavano gli stolti. Forse avrebbero aiutato Marco, che si era sempre comportato saggiamente, non un uomo che aveva dimostrato di essere indegno di comandare un esercito e, per giunta, con un figlio che aveva indelebilmente macchiato la reputazione della gens. Si chiese cosa ne sarebbe stato del fratello. Se anche Gaio fosse riuscito ad avvertirlo, sper che non fosse uscito a dargli manforte: anche lui aveva truppe troppo ridotte per risultare davvero determinante. Sperava invece che avesse mandato qualcuno a Roma per chiedere effettivi, mettendo da parte l'orgoglio: in fin dei conti, erano in gioco molte vite umane, vite di cui lui e il fratello erano responsabili, e non era il caso di essere puntigliosi.
Il sole era sorto da poco, ma era ancora un disco giallo scuro appena sopra le colline circostanti, freddo e cupo come un dio deluso dal suo comportamento. Un soldato gli segnal che c'era del movimento, nella radura sottostante. Cesone si spost verso il ciglio e not che il numero di armati era cresciuto, dalla sera precedente. E il numero di fanti leggeri superava quello degli opliti, adesso: le proporzioni si erano invertite, rispetto all'ultima volta che aveva osservato i nemici. Guard meglio: erano arcieri. Molte decine di arcieri.
Cap cosa avevano aspettato gli Etruschi e subito grid: In cerchio! Ranghi compatti! E quando lo dico io, scudi sopra la testa!. I soldati si affrettarono a obbedirgli; quelli che sonnecchiavano si alzarono precipitosamente in piedi, gli altri finirono di equipaggiarsi. Spostarono i feriti al centro della sommit della collina e crearono un cerchio tutt'intorno.
Nel frattempo, Cesone continu a scrutare la radura, dove vide avanzare due guerrieri a cavallo. Ciascuno di essi impugnava una lancia in verticale, su cui spiccava una testa; si avvicinarono alle pendici del monte, e solo allora riusc a vedere a chi appartenevano.
E sent una morsa straziante allo stomaco
Non avrebbe mai creduto di provare tanto dolore per la morte del figlio, che non meritava di essere compianto. Ma era pur sempre suo figlio, e non avrebbe mai voluto che morisse davvero. Tuttavia, a devastarlo fu la visione della testa di Marco. Alla fine, anche lui aveva commesso una stupidaggine, sia pure dettata dalla sua generosit e dal senso dell'onore che l'aveva sempre contraddistinto.
E si detest, nel sentire per la morte di Gaio altrettanto dolore che per quella di Marco.
Alle sue spalle, tra i suoi uomini si sollev un mormorio di sgomento. Adesso avevano la conferma che nessuno sarebbe venuto ad aiutarli: se mai l'illusione dei rinforzi aveva dato loro la forza di resistere, adesso era svanita anch'essa, insieme a tutte le loro speranze.
Uno dei due cavalieri, quello che esibiva la testa di Gaio, fece avanzare ancora il cavallo. Si tolse l'elmo e Cesone fu stupito di veder apparire Clelia; stentava a riconoscerla, in veste militare e col portamento fiero di una donna abituata a comandare. Ne rimase talmente meravigliato che impieg del tempo a capire le sue parole: Comandante, come vedi, non avete pi alcuna speranza di uscirne vivi. A meno che tu non ti arrenda e non convinca gli ultimi difensori della fortezza sul Cremera a consegnarcela. Risparmieresti molti morti a entrambe le parti, dichiar ad alta voce la ragazza.
Quando realizz il significato della dichiarazione dell'etrusca, Cesone si volt per interpellare tacitamente i suoi. Ma conosceva gi la risposta: tutti lo guardarono in silenzio, l'espressione torva e determinata di chi non aveva alcuna intenzione di darla vinta al nemico.
Si volt verso Clelia e grid: Venite a prenderci!, poi esib lo scudo e sguain la spada, e i suoi uomini levarono le armi al cielo, invocando la protezione degli di.
Non c' bisogno, gli rispose Clelia, che a sua volta lev il braccio.
Cesone si accorse che, mentre la sua attenzione era tutta su di lei, gli arcieri nella radura si erano posizionati e avevano incoccato le frecce. Stringete il cerchio e mettete gli scudi sopra la testa, presto!, grid ai suoi, pochi istanti prima che centinaia di dardi venissero scagliati in aria e ricadessero sulla sommit della collina. Fece in tempo a riparare tra i legionari, ma la pioggia mortale si abbatt sui suoi uomini con violenza devastante, trapassando scudi, insinuandosi tra un bordo e l'altro, forando corazze, penetrando gambe e braccia. Un istante dopo, sull'altura echeggiava un coro di lamenti, cui si sovrapposero sibili e nuovi impatti.
La seconda raffica, trovando i ranghi dei Romani gi scompaginati dalla precedente, fece ancora pi vittime. Cesone, rimasto illeso, grid a quelli ancora in piedi di stringersi, ma si accorse che il cerchio aveva notevolmente ridotto le sue dimensioni. Quando ud il nuovo sibilo, seppe che era finita. Le frecce atterrarono centrando molti feriti che non erano pi in grado di ripararsi e dando loro il colpo di grazia; e altri soldati ancora integri un istante prima si ritrovarono trafitti a loro volta. Tra urla strazianti e lancinanti, Cesone si rese conto di essere rimasto con una manciata di uomini. L'azione degli Etruschi era stata breve quanto letale. Decise che non sarebbe morto cos, e stava per esortare i sopravvissuti a seguirlo in un ultimo, disperato attacco lungo il pendio, quando si accorse che il nemico aveva smesso di tirare.
Alz il capo, poi si lev in piedi, quindi si avvicin al ciglio. E vide salire verso di lui Clelia, scortata da una decina di armati. La attese, col cuore in tumulto: avrebbe voluto aggredirla, lanciarsi contro di lei, ma nello stesso tempo non si sentiva di biasimarla per quanto aveva fatto. Quel che lo stupiva era che avesse avuto la possibilit di farlo.
Una volta arrivata a pochi passi da lui, la ragazza mostro la stessa, indecifrabile espressione di sempre e disse: Non ne hai abbastanza, Cesone Fabio? Guardati intorno: quanti uomini ancora in grado di combattere ti saranno rimasti? Quindici? Venti? E per gli altri, non vuoi che vengano prestate loro delle cure?.
Cesone ignor la domanda. Doveva sapere. Ma chi sei tu, veramente?, le chiese.
Clelia sbuff. Sono la figlia del lars di Veio. Io e mia sorella eravamo in visita presso nostri clienti, quando tuo figlio ci ha assalito, permettendo che mia sorella morisse.
Cesone, paradossalmente, si rasseren. Ora tutto tornava. Mi dispiace per lei, te l'ho gi detto una volta, si limit a esclamare.
A me no. Lei era quella debole. Non avrebbe sopportato tutto quello che ho dovuto subire io: meglio che sia morta lei al posto mio. Allora? Vuoi arrenderti e consegnarmi la fortezza?.
Cesone si volt e guard i suoi uomini. S, dovevano essere una ventina circa, quelli che avevano evitato le frecce. I pochi non sofferenti per le ferite ripresero a guardarlo con determinazione. Non avevano cambiato idea, nonostante tutto. Ma c'erano ancora quelli nella fortezza: dovevano esserne rimasti appena un pugno, dentro le mura, e non sarebbero stati in grado di sostenere un assedio. Sarebbero morti in modo tutt'altro che onorevole. Rimaneva solo una cosa da fare.
S, te la consegner, disse, suscitando un mormorio di disapprovazione tra i suoi uomini.
Quando Cesone arriv davanti al vallo della fortezza sul Cremera con i pochi sopravvissuti del massacro delle sue truppe, gli Etruschi, con Clelia in testa, lo seguivano da presso. Aveva ottenuto da lei il permesso di entrare da solo per spiegare la situazione ai difensori e indurli a uscire con le braccia alzate. Nel frattempo, i suoi uomini sarebbero rimasti tra le due ali di Veienti come ostaggi, nel caso in cui - aveva detto la ragazza - la guarnigione non gli avesse dato retta o lui avesse cambiato idea e deciso di resistere.
Ma non c'era nulla al mondo che avesse il potere di fargli cambiare idea. Quel che aveva deciso, l'avrebbe fatto a ogni costo.
Si fece aprire le porte ed entr a passo lento ma con portamento fiero. Gli era rimasto un solo scopo: mantenere alto l'onore dei Fabi, e non intendeva rinunciarvi in alcun modo. Lo doveva al fratello e a tutti i componenti della famiglia che erano caduti per i suoi errori. I difensori chiusero le porte e gli si assieparono intorno, tempestandolo di domande. Molti piangevano, deducendo dalla sua presenza solitaria la morte dei loro parenti.
Ma lui zitt tutti e dichiar: Abbiamo poco tempo, quindi fatemi parlare. A parte quei venti uomini l fuori e altri pochi feriti pi indietro, siamo i soli esponenti della gens sopravvissuti. Ci hanno chiesto di arrenderci e di consegnare la fortezza; una fortezza che, d'altra parte, non potremmo difendere in cinquanta. Se volessimo sostenere i loro assalti, ci scaglierebbero addosso di tutto: forse finiremmo bruciati vivi, oppure riuscirebbero a trovare un punto non presidiato sugli spalti ed entrerebbero, punendoci poi per la nostra ostinazione con esecuzioni e torture, come se fossimo dei volgari briganti. In ogni caso, non sarebbe una morte degna per dei soldati romani, a maggior ragione per dei Fabi.
Fece una pausa per vedere se erano tutti d'accordo. Lo confort vedere che annuivano e riprese: Sappiamo dunque che dovremo morire. Ma sta a noi decidere se farlo con onore, emulando cos i miei cari fratelli e i parenti che si sono immolati sul campo di battaglia. E io vi propongo di morire da guerrieri quali abbiamo scelto di essere, di essere coerenti fino in fondo con le nostre scelte passate, come lo furono gli Spartani di re Leonida alle Termopili tre anni fa. Non abbiamo scelto di fare da soli la guerra ai Veienti e di tenere alto il nome di Roma solo per arrenderci al nemico, ma soprattutto per mostrare agli Etruschi di che pasta sono fatti i Romani, affinch ci pensino due volte, d'ora in poi, prima di molestare ancora l'Urbe. Pertanto, vi invito a disporvi in colonna e a riaprire le porte. Vi condurr a una morte onorevole sul campo di battaglia, proprio come i vostri parenti e compagni. Ho guidato molti di voi a fulgide vittorie contro numerosi popoli. Ebbene, lasciatevi guidare in un ultimo attacco, per vendicare tutti coloro che amavamo e che non ci sono pi.
Nessuno lev dei lamenti. Nessuno oppose un diniego. Solo un liberto disse: Tuo fratello mi aveva mandato da Menenio Agrippa a richiedere il suo intervento. Ma il console ha rifiutato.
Cesone gli pose una mano sulla spalla. E tu sei tornato lo stesso. Sei un valoroso, dichiar. Poi, tutti ruggirono la loro determinazione e si affrettarono a disporsi in colonna, calcandosi gli elmi sulla testa, stringendo le aste nelle mani, serrando gli scudi.
Il comandante, finalmente sereno come non si sentiva da tempo, comand ai due pi vicini di andare a riaprire le porte. Quando i battenti si spalancarono, i due soldati rientrarono prontamente nei ranghi, e lui avanz. Quando oltrepass la soglia, lanci un'ultima occhiata a Clelia, che lo guardava con aria interrogativa, poi sguain la spada e la lev al cielo. Era il segnale. Gli uomini che lo avevano atteso fuori risposero con un grido di guerra e si scagliarono contro gli avversari pi vicini; qualcuno riusc anche a impossessarsi di una spada o di una lancia.
Cesone lanci a sua volta un grido e inizi a correre verso il nemico. Quando arriv all'urto con la prima linea delle centinaia di guerrieri contro cui si era scagliato con i suoi cinquanta armati, e inizi a mulinare fendenti, si concesse un sorriso di trionfo: non a tutti gli stolti gli di permettevano di morire con onore.
...
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FINE.